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IL CANE DI SAN GIULIANO NUOVO
rievocando la storiella ideata dalla nonna Angela

“Nonna! Cerco di ricordare la bella storiella
de: “Il cane di San Giuliano Nuovo, che mi narravi tu,
quand’ero piccola per darmi la pappa.
…
C’era una volta, a San Giuliano Nuovo,
un cane magro, magro perché il povero padrone,
gli dava poco da mangiare.
Un giorno l’uomo s’impietosì della sua amata bestiola
e presa in disparte, le disse: “Hai fame, vero?
Ti nutro poco perché il cibo scarseggia
anche per tutta la mia famigliola e ciò mi rincresce.
Ascoltami, domani, sarà la prima domenica ottobrina: la festa del paese.
Scenderai in paese e mangerai tutto ciò che cadrà dalla tavola dei commensali.
Buon appetito!” Il cane obbedì.
A mezzogiorno dell’indomani la bestiola partì.
Strada, facendo, incontrò il lupo, un lupo, molto temuto dagli abitanti.
“Fermati, che ti mangio! Ho fame!”, urlò l’animale selvaggio.
Il cane supplicò: “Ma, non vedi come son magro? Ho solo pelle ed ossa.
Naturalmente, non posso nutrirti.
Scendo in paese perché è la Festa Patronale e vado alla ricerca di un pò di cibo.
Al ritorno, sarò, evidentemente, più sazio e tu mi mangerai.”
Lo stupido lupo ne fu convinto e lo lasciò passare.
Il cane libero andò alla festa e si nutrì di tante delizie.
Nell’ora di rincasare, il cane, pensando al lupo, prese un’altra via e da lì non passò più.
Il lupo, non vedendo comparire il cane, s’accorse d’essere stato burlato e s’incollerì parecchio.
Nel frattempo arrivò una volpe.
“Fermati, che ti mangiò. Ho fame!”, replicò il lupo cattivo.
“Anch’io ho fame! Fame e sete!”, disse con saggezza la volpe.
E continuò: “Faremo così, questa notte ci dovrebbe essere la luna piena.
Quindi, sarà chiaro il cielo.
Quando i contadini dormiranno, noi passeremo dal buco del covile
e ci ciberemo di galline finché saremo sazi. Ma... attento, lupo!”
Il lupo imprudente s’accordò con la volpe,
a mezzanotte si trovò con lei nel covile ed iniziarono a mangiare le galline.
La volpe ne mangiò solo due ed uscì benissimo dal foro,
mentre il lupo non la smetteva più di cibarsi di galli e pollastre.
Quando il feroce animale si senti sazio, si guardò attorno e si trovò solo,
la volpe l’aveva abbandonato.
Comprese che sorgeva già l’alba, fece per uscire dal covile,
ma dal buco, non ci passava più. Era obeso!
Dall’aia, il lupo udì i primi rumori umani ed inizio a tremare dalla paura,
infatti, ben presto la porta del covile fu aperta dai contadini,
che scovando la bestia crudele,
intuirono subito che aveva mangiato galli e galline.
Afferrarono pale e badile e lo scacciarono lontano, gridando:
“Al lupo! Al lupo!” Ed il lupo scomparse dalla loro vista.
Strada facendo, il lupo, incontrò nuovamente la volpe.
La rimproverò: “Sei stata infedele! Perché m’hai lasciato solo?”
“Ti avevo avvisato: Attento, lupo!”
E continuò, con la sua acuta furbizia:
“Adesso, ho tanta sete ed avrai sete pure tu, lupo,
tutto bastonato come sei! Andremo in riva al fiume a bere.”
Il lupo credulone, ancora una volta, annuì convinto. Arrivarono in riva al fiume.
Ordinò la volpe: “Prima vado io a bere,
in fondo, l’idea è stata mia. Quindi, spetta a me. Dopo ci andrai tu.
Tu mi terrai per la coda, con la bocca, e quando avrò finito di bere,
dirò: “La plap!” e tu mi tirerai sù. Bada a non stringermela troppo coi denti!” E così fu!
Venne il turno del lupo. La volpe si finse gentile, ma allorché il lupo gridò: “La plap!”
La saggia volpe, allargando la bocca esclamò: “Ed io, per la coda, ti lascio andare!”
Il lupo cattivo, annegando svanì ed i sangiulianesi non ebbero più paura.
Nel frattempo, il cane di San Giuliano Nuovo
che fin da allora aveva seguito nascostamente il nemico, saltò fuori dal nascondiglio
e si congratulò con la volpe.
Si sfiorarono l’umido musetto in segno di una profonda amicizia.
…
“Com’era solare, nonna, la tua storiella
e quanta fantasia tiravi fuori perché io mangiassi!”
Toglimi una curiosità. Riuscivi, con quelle parole, a darmi tutta la pappa?”
“Cara Silvanina, non era un’impresa facile.
Non sempre riuscivo a darti gli ultimi cucchiaini, e questo mi faceva star male.
Capivo che volevi un’altra favola!”
“Non avevo molto appetito, a quei tempi, nonna.
Avevo più fame e sete d’amore, del tuo amore!”
pubblicata il 6 febbraio 2011
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DIALOGO APERTO CON MIA MADRE
È
l’ora del dopopranzo.
Io mi trovo
a dialogare
apertamente
con mia
madre:
“Mamma,
perché,
da bimba,
m’hai
portata
in quel
lontano Istituto fiorentino?
Il luogo
era splendido,
(era una
villa signorile ed antica),
ampie erano
le stanze
ed immenso
era il giardino.
Distante
ero dal tuo cuore materno. Ricordi?
Non mi mancavano
l’affetto ed il rispetto,
ma austera
era la disciplina
e molte
erano le regole da seguir.
M’hai
portata, certo,
per farmi
del bene,
per offrirmi
la più completa libertà ed indipendenza,
e non m’hai
mai abbandonata.
Spesse volte
mi venivi a trovar,
lasciando
a casa la mia gemella ed il papà.
Viaggiavi,
in treno, nella notte fonda,
perfin la
luna ti stava a guardar,
e quanto
sonno per me hai perduto….
Ed al mio
pianto s’era unito il tuo.”
La mamma mi ascolta
in silenzio,
sorridendo,
ma parlan
i suoi occhi verdi e vivi,
mi richiamano
alla mente
l’antica
e famosa strofa:
“Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto
ferro per te ritrovare…
Sette verghe
di ferro ho logorate
Per appoggiarmi
nel fatal andare…
Sette fiasche
di lacrime ho colmate…”
Concludo il lungo dialogo,
tra lacrime
e sorriso,
abbraccio
stretta la mamma
e
le dono un bacio.
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TI
SORPRENDERO’!
Cancro, ascoltami,
ti voglio parlare!
Macigno,
tu, ancora,
non mi conosci,
bensì, sono io
che già ti conosco
nell’umano patire,
nel lentissimo gemere.
Orribile
bestiaccia
che drasticamente rodi il corpo
d’ogni creatura vivente,
senza guardare
sui suoi occhi innocenti,
concedendogli,
privo di pietà,
di osservare il mondo,
magari,
per brevi giorni.
Forse,
un giorno,
anche il mio esile fisico
afferrerai e tenterai
di sradicarmi
dai miei affetti più cari.
Ma io ti sorprenderò.
Non
ti temerò!
Pure,
se tu busserai ai miei seni
lotterò un’ennesima volta
e saprò soffrire,
non invano,
come ho sempre fatto
nella vita,
spero!
Con
la mia mente
vorrei dominarti,
con la mia temperanza
ti vincerò,
e, con l’arma
della mia ferrea volontà
potenzierò
ogni ricerca scientifica.
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INTRAMONTABILE
Tramonta il sole,
ma non la speranza.
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NON
VOGLIO MOLLARE
Non
voglio mollare
la mia piccozza.
Non
desidero cessare
la mia salita
sulla più alta vetta.
Non
amo arrendermi
alle avversità
del mio destino.
Non
voglio
che l’uomo normodotato
violi le mie volontà.
Sono
contro
all’essere usata da cavia
dai medici.
Voglio
vivere
Serena!
Desidero
poetare
libera e col sole nel cuore,
nonostante il mio inesorabile morbo.
Voglio
ammirare,
cantando allegramente,
gli infiniti orizzonti
e le intramontabili aurore
infuocate d’amore.
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ESPERIENZA
DIVERSA
Autobiografia.
Io,
non come
ogni bimbo
nell’età
d’un anno,
ho
potuto recarmi
incontro
alla mamma,
muovendo
i
primi passi.
Io,
a sei anni,
non
mi sono
trovata
sui banchi,
ad
udire la maestra,
intenta
a spiegare.
Io
ero
in un maestoso
Istituto
fiorentino,
lontano
dal
mio nido
e
dalla mia famigliola;
dove
imparavo,
lentamente,
i
barcollanti passi.
Intanto,
il tempo dell’infanzia
trascorse veloce,
con prove di dolore,
d’incomprensione,
d’umiliazioni
e di delusioni;
ma nel mio cuore
splendeva sempre
il
sole.
Studiai
con gioia
ed
ardore.
Mi
formai
una
cultura personale.
Io,
giovane donna, spastica,
ho
avuto un’esperienza diversa,
da
voi, normali.
Eppure,
cerco tuttora,
d’essere
forte e solare,
con
immutata fiducia
in
un avvenire migliore.
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PROMESSA,
ADDIO!
“
Gemella,
fra otto settimane,
nasceremo? ”
“ No! Nasceremo,
questa sera.”
“ Sarà un lieto evento,
il nostro.
Niuno c’attenderà,
così presto!”
“ Cosa promettiamo,
tra noi?”
“ Promettiamoci
che saremo……
……..
due simpatiche monelle,
sempre unite.”
“ Ecco mamma
ha le doglie;
la nostra ora
è suonata.”
“ Esci prima tu, gemella.
Dopo esco io!”
“ Uuuueeeee, uuueeee! “
“ quanta gioia
c’è in casa.”
“ Che festosi vagiti!”
“
Ohhh.
Dove ci racchiudono,
gemella?”
“ In un’unica culla termica.”
“ Io sto soffocando!”
“ Coraggio!”
“ Che dolori
ho nel capo,
sento
i primi sintomi
della perenne spasticità.”
Non so, gemella,
se riuscirò
a mantenermi fedele
alla promessa.”
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TRA
LA VITA E LA MORTE.
Preghiera
d’una morente.
“
La terra piange,
ma il cielo sorride.”
Dice una voce
Senza più alcuna speranza.
“
Signore,
sono qui.
In attesa della mia ora,
comprendo che fra poco
s’avvicina;
ma la morte
non m’impaura.”
“
No!
Non temo il trapasso,
perché ho fiducia in Te.
So che Tu sei la Vita.
So che Tu sei lo Splendore.
So, perfino, che Tu sei l’Amore.”
“
Ecco,
un’insolita Voce.
Sei Tu
che mi stai chiamando?
Sì, sei tu!
Ed io, seppur,
in un’altra dimensione,
ricomincerò
a vivere.”
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VELO
Velo, non nascondere
i miei movimenti aritmici,
il mio linguaggio inarticolato,
il mio fievole udito
e neppure il mio carattere
permaloso e deciso,
lascia spazio a tutto ciò
che la vita mi riserva.
Velo,
levati
dalle mie iridi!
Non amo gli inganni; lo sai!
Mostrami la realtà sincera:
la vita, così, com’è!
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LA
FIABA
È
vera la fiaba:
non
sempre
il
leone
è
più potente
del
topo!
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NON
AVRO’ PAURA
Chi
sei tu
che bussi
alla porta
d’ognuno,
con
tocchi
così
violenti,
e
non guardi
in
volto
a
nessuno?
Tu
sei il trapasso;
odo quel tuo scalpitio
sapente di mistero,
che sorpassa ed afferra,
sei un’ ombra
senza viso,
composta solo
d’un
funebre velo.
Morte,
sei
l’ultimo nostro destino;
ed
un giorno,
colpirai
anche me;
ma
io
non
avrò paura di te
poiché
ti vincerò.
Trapasso,
credi
di
portarmi
al
buio dell’occaso,
pensi
di
avermi afferrata,
d’avermi
fatta morire
per
sempre.
Ma,
proprio,
in
quel momento,
ti
ringrazierò,
e
tu,
sconfitta,
mi
diventerai sorella,
inducendomi
ad
assaporare
la
Luce
dell’Alto
Splendore!
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ALLA
BEATA DI CALCUTTA
Cara
“Matita di Dio.”
Tu sulla terra scrivesti:
“La vita è una opportunità, coglila.”
Tu l’hai colta con i piccoli.
Tu affermasti:
“la vita è bellezza, ammirala.”
Tu l’hai ammirata con occhi puri.
Tu dimostrasti:
“La vita è beatitudine, assaporala.”
Tu divenisti Beata.
Tu dicesti:
“La vita è un sogno, fanne una realtà.”
Tu hai realizzato il disegno divino.
Tu dettasti a me:
“La vita è una sfida, affrontala.”
Tu la sfidasti con la Tua Arma Segreta.
Tu parlasti sulla carta:
“La vita è un dovere, compilo.”
Tu l’hai compiuto per Cristo.
Tu dichiarasti:
“La vita è un gioco, giocalo.”
Tu fosti la Bambolina dell’Onnipotente
nelle Sue mani.
Tu confermasti:
“La vita è preziosa, conservala.”
Tu la conservasti per i Tuoi poverelli.
Tu feci eco a noi:
“La vita è una ricchezza, non sciupatela.”
Tu non hai sciupato nemmeno un attimo
della Tua esistenza.
Tu dicesti:
“La vita è amore, godine.”
E Tu ce l’hai fatto godere .
Tu riscrivesti:
“La vita è mistero, scoprilo.”
Tu hai scoperto che il vero mistero
è il tesoro della povertà.
Tu riconfermasti:
“La vita è promessa, adempila.”
Tu c’insegnasti a mantenerla.
Tu convincesti:
“La vita è tristezza, superala.”
Tu l’hai superata più di mille volte.
Tu riaffermasti:
“La vita è un inno, cantalo.”
E l’inno più bello lo cantasti Tu.
Tu ammettesti:
“La vita è una lotta, vivila.”
Tu hai lottato per gli indifesi.
Tu intonasti:
“La vita è gioia, gustala.”
Tu l’hai fatta gustare agli altri.
Tu ridicesti:
“La vita è una croce, abbracciala.”
Anche Tu hai abbracciato la Tua.
Tu riparlasti:
“La vita è un’avventura, rischiala.”
Tu, come non tutti, rischiasti l’impossibile.
Tu sorridendo dicesti:
“La vita è pace, costruiscila.”
E la pace l’hai costruita, tu,
alla terra affamata di Dio.
Tu pensasti:
“La vita è felicità, meritala.”
Quanta felicità ha meritato il Tuo cuore!
Tu pregasti:
“La vita è vita, difendila.”
Tu hai difeso la vita degli ultimi.
Grazie,
Madre Teresa di Calcutta!
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PREGHIERA
D’UNA DONNA IN ATTESA
Una
giovane
e
futura mamma,
trovando
aperta
la
porta d’una chiesa.
Vi
entrò,
s’inginocchiò
all’altare.
Dirimpetto
a lei
stava
un grande crocifisso.
Contrariamente
d’ogni altra donna,
così,
pregò:
“Signore,
fà
che la creatura
che
porto in grembo,
normodotata
non sia.
Concedimi
la forza
di
comprenderla
e
di amarla.
Donami
solo
nel
cuore
una
fede stabile
e
nell’intelletto
una
profonda saggezza.”
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LA
MIA PERLA INVISIBILE
Possiedo
una
perla invisibile
che
splende
dentro
di me.
E’
la migliore compagna
della
mia vita,
non
mi tradirà mai.
Essa
è presente
nel
mio intelletto,
nel
pulsare vivace
del
mio sangue vermiglio
e
nel mio cuore.
Mi
aiuta a vivere,
a lottare, a sperare,
a sorridere
ed ad amare,
inducendomi,
così,
a cancellare
i lati oscuri
del mio morbo;
della mia non lieve spasticità,
a riflettere
su me stessa,
su
tutti
e
su tutto
ciò
che mi circonda.
La
mia perla invisibile
è
un gioiello:
è
la poesia.
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Handicap,
non
crederti vincitore
del
mio gracile fisico.
Tu
hai
sì tarpato
i
miei arti.
Il
mio linguaggio
ed
il mio udito
hai
confuso;
ma
non la mia mente.
Il
mio intelletto
risulterà
più
potente di te.
Costernerà
medici,
medicina
e scienza compresa.
Il
mio pensiero
ha
spazi illimitati
ed
orizzonti infiniti.
La
mia lucerna interiore
risplende
maggiormente
dell’Alfa
e dell’Omega.
Mio
caro handicap,
non
sarai mai padrone di me.
Sarò
io a dominarti
E
farò di tutto
per
convivere serena,
con
te!
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Questa
sera,
al
lume lunare,
starò
il
cielo
ad
ammirare!
Resterò,
per
ore,
incantata
ad immaginare
col
mento
all’insù
ciò
che sta sopra di me!
Scorderò
ogni
mia pena!
Penserò
al
presente
soltanto!
Sognerò
di
errare spensierata
al
di là
d’ogni
confine del mondo
sulla
agile velocità
d’una
soffice nuvola blu!
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Possente
è il suolo
che
sostiene ogni peso.
potente
è l’universo
dove
splendono gli astri.
Energico
è il vento,
quando
solleva ogni cosa.
potenti
sono i mari
che
circondano il mondo.
Robusto
è l’uomo
che
suda lieto
nel
suo lavoro.
La
mia mente, instancabilmente,
pensa
e ripensa;
ed
è viva, solare,
pronta
e profonda.
Ed
anche il mio cuore è forte,
giovane,
sano e bello:
resiste
ad
ogni dolore,
ad
ogni sconforto.
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|
Da
bambina,
ancora
inconsapevole
della
mia spasticità fisica,
sognavo
che da grande
avrei
fatto
“
la dottoressa dei bambini poveri.”
Speravo
di raggiungere,
veramente,
questa
meta.
Sarei
partita per Calcutta,
l’angolo
del mondo più disadorno,
e
mi sarei dedicata
completamente,
come
laica,
al
servizio dei bisognosi
e
degli ultimi.
Purtroppo,
il
mio destino decise diversamente.
Seppur
nella mia ricchezza,
io
sono una di loro.
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Mi
trastullavo
ed immaginavo
che la vita
fosse un gioco.
Mi destai
dal mio torpore
e mi accorsi
che la vita
è una lotta.
Lottai
e compresi
che la lotta
porta
ad una conquista.
Conquistai
con le mie forze morali
e con le mie arme spirituali,
e scoprii tante vittorie.
Vinsi e sentii
che ogni vittoria
è come un gioco.
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LA
TAVOLOZZA DA PITTRICE
Ho
una tavolozza
da
pittrice
dove
posso dare
alla
tela
le
pennellate emotive.
Dipingerò
di
rosa i miei sogni poetici,
di
rosso il mio linguaggio
dell’articolato
amore,
di
bianco la purezza
del
mio libro,
di
giallo la forza
della
mia solarità,
di
verde la speranza
della
mia saggezza,
d’arancione
il profumo
prediletto
del mio cuore,
di
blu il mare
della
mia riflessione,
d’azzurro
la mia barca
della
temperanza,
di
grigio i giorni
delle
mie delusioni.
Alla
fine scopro
di
aver raffigurato,
sulla
tela,
l’intera
mia vita.
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VERSI
DELLA NATURA
Alita
dolcemente
la
brezza fra i fiori.
Sibilla
il fuoco
nel
camino.
S’innalza
il fumo
verso
il cielo.
Stormiscono
le frode
mosse
dal vento.
Garriscono
le rondini
al
nido.
Tuba
la colomba
portatrice
di pace.
Pigolano
i pulcini
sotto
la chioccia.
Nitrisce
il cavallo
nella
stalla.
Squittisce
timidamente
il
coniglio.
Stride
il grillo
in
mezzo ai campi di grano.
Ulula
il cane divertito.
Miagola
il gatto
con
simpatia.
Vagita
un bimbo
appena
nato.
Mentre
io stilo
in
poesia ed in rima.
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IL
VASO DI COCCIO
Il
vaso di coccio
s’è
rotto.
Pezzo
per pezzo
raccolgo i frammenti,
li
giro, li rigiro,
li
unisco e li aggiusto.
Ma
sono sempre quelli:
ricordi,
paure,
le
grandi emozioni
che
mi tornano in mente
qual
fossero doni.
…Pian
piano rivedo,
correndo
nel tempo
che
tutto si cuce,
s’aggiusta
vivendo.
Ed
allora mi accorgo,
con
occhi stupiti,
d’aver
incollato
tutta
la mia vita.
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|
NELLA
CASA DELLA NONNA ANGELA
Ogni
volta
che
varcavo la soglia
della
casa in cui abitò
e
visse
la
mia amata nonnina,
il
mio cuore
s’empiva
di pianto
nel
vedere le cose
a
lei care,
e
da me non scordate.
Aprivo
la vecchia porta,
ed
il mio sguardo
fissava
la vetusta cucina,
già,
così, lucida e linda,
ora
abbandonata.
Guardavo
la stufa fredda
smaltata
di bianco,
e
mi pareva di sentire
il
dolce calore
da
essa emanato,
unito
alle favole
che
nonna narrava.
Poi
salivo
la
per ripida scaletta
e
mi trovavo
nella
sua accogliente cameretta
dove
due
bianchi lettini
portavo,
ancora,
le
impronte
delle
mie membra infantili
e
del fisico stanco
della
mia sapiente nonnina.
Era,
sempre,
il
solito romantico rito,
compiuto
da me
quando
entravo
in
quello che fu il mondo
della
mia lontanissima infanzia.
A
stento
trattenevo
le lacrime,
ed
un mesto sorriso
mi
spuntava sulle labbra,
allorché
la voce paterna
mi
chiamava,
chiedendomi
cosa
mai cercavo
per
le mute stanzette.
Non
sapeva che io cercavo,
non
capiva che io sentivo,
ignorava
che io vedevo
ancora,
a me, accanto
la
sua sofferente mamma.
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COMPLESSI
Volevi
essere bionda,
ma
né tua madre,
né
tuo padre
provenivano
dall’est.
Volevi
avere
la
fronte più ampia
di
quella che avevi,
ma
questo tuo desiderio
era
impossibile
che
s’avverasse.
Volevi
avere gli occhi
a
mandorla,
ma
i tuoi genitori
non
erano cinesi.
Volevi
avere
il
naso all’insù,
ma
la tua discendenza
non
era francese,
e,
di conseguenza
la
tua Legge Naturale
violasti.
Volevi
avere
le
labbra grande,
ma
nel tuo sangue
non
c’era alcuna traccia
orientale.
Detestavi
il
tuo mento,
ma
era la tua natura
che
te l’ho aveva donato.
Desideravi
avere
un
lungo collo
come
“ Sissi.”
Ma
il tuo collo valeva
mille
volte di più.
Volevi
avere
la
carnagione scura,
ma
la tua razza
non
era spagnola.
Volevi
essere
d’una
statura più elevata,
ma
eri già alta e snella!
Potevi
essere felice.
Eri
una bellissima ragazza,
senza
saperlo,
e
colma di complessi.
E
tutta
la
tua intelligenza
l’hai
utilizzata?
Non
hai mai inteso
che
per i tuoi genitori
eri
la creatura
più
splendida dell’Universo.
Non
hai mai compreso
che
per la tua gemella,
gravemente
spastica,
quanto
sarebbe stato grande
il
tuo amore.
Non
ho ancora capito
come
ti volevi.
Ricordo
che
volevi avere
gli
occhi a mandorla!
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A
MIA MADRE
Quando
non rimpiango
la
mia prematura
e
settimina nascita
che
t’ha colta impreparata.
Quando
non riodo
le
tue inveterate menzogne.
Quando
non sento
il
pesante fardello
della
mia famiglia disunita.
Quando
non medito
che,
tu, mi affidasti
alla
nonna paterna,
liberandoti
di me.
Quando
non ripenso
che, tu, mi dividesti
dalla
mia gemella.
Quando,
per
pochi secondi,
scordo
la
mia incatenata infanzia.
Quando
non mi rivedo
in
quell’austero
Istituto
fiorentino.
Quando non rifletto
su
tutto ciò
che
mi negasti.
Quando
non riversi
su
di me
i
tuoi immotivati rancori.
Quando
non provo
l’impressione
che
tu finga
di
non ricordare.
Quando
vagamente
mi
comprendi
un
poco.
Quando
non penso
a
ciò che di triste
mi
accadrà.
Quando
non avverto
la
sensazione
di
essere tetraparesi spastica……
……allora
ti ascolto e ti perdono!
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AMARO
PIU ’ DEL MIO DESTINO
Lettera
ad un padre dalla figlia spastica
Mio
caro papà,
che ora
giaci
presso
gli
austeri e muti
cipressi,
tu
non m’ispiri,
nella
poesia,
perché
quand’eri
in vita
non
sei stato
un
buon esempio
per
la tua famigliola:
sei
stato amaro
più
del mio destino.
Possedevi:
quattro
lauree,
in
più due specializzazioni;
avevi
le parete del tuo studio
tappezzate
di tremila volumi;
una
cultura profonda,
un’estesa
conoscenza,
bensì
un Ex Partigiano fosti,
ed
eri amante della politica;
e
ciò nonostante,
un
padre od addolorato,
od
impreparato,
nei
miei confronti,
tu,
fosti?
Od
amasti te stesso per primo?
Poco
mi donasti,
addirittura
nulla,
spiritualmente,
intendi?
Allorché
da
bambina
stavo
nell’istituto,
distante
da casa,
tu,
vagamente,
venisti
a trovarmi.
Tanti
anni di studio,
per
la tua responsabilità,
ho
perduto.
E,
dopo,
non
più volesti
che
proseguissi.
Questo
rimarrà,
sempre,
il
mio unico
componimento
poetico,
dedicatoti,
papà!
E
m’auguro
che
giunga;
Là,
dove,
tuttora,
si
troverà
l’anima
tua.
Ora,
non
più,
puoi
dirmi: “Taci!”
Ricordati
le
Parole del Vangelo:
“Sapienti
e Dotti della Legge,
se
uno di voi,
dice
a questi miei piccoli
di
tacere,
si
metteranno
ad
urlare le pietre.”
Papà!
La tua figliola “disgraziata.”
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Alla
nonna Angela
Una
voce,
dal
nulla della notte,
grida
il mio nome:
“Silvana!!!”
Sulle
onde della fantasia
un
cuore batte
alla
mia porta,
ha
freddo. Forse…?
Ma
non per il gelo
che
tutto invade…
E’
la mia solitudine.
È
la nostalgia di te, nonna,
del
tuo grande amore per me,
del
tuo solare sorriso
che
si fa sentire
ancora
vivo!
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IL
CUORE ED IL CERVELLO
Disse un mattino
il cuore d’una donna
al cervello:
“ Sono l’organo
più importante,
pulsando porto l’ossigeno
fino a te,
e sono io
che offro la vita
agli esseri viventi.”
Il
cervello
pronto rispose:
“ Io non sono meno indispensabile
di te, cuore.
Perché senza di me
l’uomo non ragionerebbe,
inerte sarebbe
e non vivrebbe,
anzi, vegeterebbe
e….. neppure….. amerebbe.”
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La gelida brina mattutina
si posa sui nudi rami
del ciliegio,
ricamandoli d’un pizzo
tutto d’argento
con il riflesso del cielo.
Tra il magico biancore della neve
e degli ultimi raggi solari
forma uno specchio cristallino
ed ogni cosa diventa un incanto:
questo è l’impareggiabile spettacolo
della natura invernale.
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Mentre
la fanciulletta dorme,
nella sua silente stanzetta,
sotto un tenue lune.
Per magia e per incanto
ogni giocattolo
si anima,
danzando
attorno al lettino
della piccola dormiente,
emettendo suoni articolati
che soltanto lei
ode nel sogno.
Dal
lontano cielo oscuro
punteggiato
di corpi celesti,
la luna guardiana
sorride divertita
ai giochi animati,
e col suo sguardo materno
lancia una carezza
ai teneri riccioli d’oro
di bimba.
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Ho
lottato
per conquistare
la via
del mio incerto
camminare.
Ho
lottato,
desiderando
con la mia volontà
d’esprimermi
sempre meglio.
Ho
combattuto
per assaporare
la più grande
libertà
di pensiero
tutto mio.
Ho
lottato,
trovando,
in me stessa,
l’amore
per la mia piccola esistenza.
Ho
violato
le idee altrui,
non volendo mai
arrendermi,
ma sempre vincere.
Ho
lottato,
e lotto tuttora;
non con le armi;
non con la violenza,
ma con la forza
ed il sole
nel mio cuore,
e con la mia piccozza
salgo da me,
il monte della vita!
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Mi
rivolgo a voi,
austeri cipressi,
a voi,
che crescete
nel muto
e grigio cimitero;
dove gli antenati
riposano
in un sonno perenne.
Cipressetti,
la lieta e verde primavera
viene
ad accarezzare,
anche,
i vostri malinconici rami
e placare,
un poco,
le vostre lacrime.
Vi sussurrerà soavemente
che la stagione rinnovatrice
è vicina;
vi supplicherà piamente
d’innalzare
le argentee fronde,
verso l’azzurro infinito,
pronte ad ospitare
nuovi nidi,
vi bisbiglia
d’abbandonare
la vostra triste armonia
alla tiepida brezza.
Le rondine,
appena tornate,
sorvolano
sopra di voi
in segno festivo,
le agili e nere ali.
E voi, cipressi,
pur, essendo
il simbolo del lutto
e dello sconforto,
sentirete,
come ogni essere vivente,
la fresca gioia
della vita che rinasce.
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NON
CADERE
Bambina,
non cadere:
troppo grande
sarebbe
il tuo dolore
e parecchio
soffrirebbe
il tuo cuore.
Cacciatore,
non abbattere
gli usignoli
che liberi volano,
se no,
noi non udremo più
il vispo canto.
Anima,
non precipitare
nel vuoto oscuro,
se no,
ti smarriresti,
senza più
ritrovarti.
Iridi,
non rigate
di lacrime
il tenero visetto
di bimbo,
se no,
l’uomo
assaporerebbe,
soltanto infelicità.
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LA
CANZONE DELLO SPAZZACAMINO
alla
nonna Angela
Ricordi,
nonna?
Da
neonata,
a
notte fonda,
strillavo
nella culla.
E,
tu, nonna,
mi
pigliavi
in
grembo,
cullandomi
piamente
e
dolcemente intonavi
la
canzone dello spazzacamino:
“
Spazzacamino, spazzacamino!
Ho freddo, fame, sono poverino:
in riva al lago, ove son nato,
la mia mamma ho abbandonato.
Come
l’augello che lascia il nido,
per guadagnarmi qualche quattrin.
E
tutto il giorno vò attorno e grido:
Spazzacamino,
spazzacamin……”
Per
un attimo
tacevi, mi osservavi
e
notavi
le
mie piccole
palpebre
abbassate.
Allora,
saltando
qualche strofa
proseguivi
sommessa:
“
…..Ho gli occhi foschi,
la faccia scura,
ai fanciulletti metto paura…..”
Terminavi
qui
di cantare.
Io
mi ero quietata
e ninnavo beata.
Sì,
nonna;
ma
ti ingannavi.
Io
dormivo apparentemente.
Non
era quella canzone
che
mi aveva quietata.
Ciò
che aveva calmato
il
mio pianto notturno
era il calore del tuo amore.
……Infatti
mentre,
tu,
adagio adagio,
per
non svegliarmi,
mi
riponevi nella culla,
il
mio terribile strillo
si
ravvivava.
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CRISTO
PIANGE!
Cristo
piange
per lo sfacelo
del
mondo.
Piange
per
il suo Israele.
Lacrima
per
la sua natia Betlemme,
per
la vicina Gerusalemme.
Geme
per
la nostra Italia.
Soffre
per
la povera India,
per
l’assetato Kenya.
Piange
per
la grande Cina.
Singhiozza
sulla
Palestina.
Lacrima
per
l’Iraq
e
per Iran.
Geme
per
gli Stati Uniti.
Soffre
per
il Vietnam.
Piange
per
l’Indonesia,
per
la Russia,
per la Francia,
la
Spagna,
la
Germania,
la
ex Jugoslava.
Lacrima
su
tutti i paesi
dove
regnano
l’ingiustizia,
l’indifferenza
e
l’odio umano.
Singhiozza
per
l’ipocrito amore
del
bigottismo!
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IL
SIBILIO DEL FUOCO
Il
fuoco danza
nel
caminetto,
formando
mille lucciole
di
scintille
ed
emettendo
un
sibilio
gioioso
e giocondo.
Narra
ai fanciulli,
le
storielle
dei
suoi tempi remoti,
e
la legna arde
e
scoppietta
alla
sua allegra fiamma.
Mentre
sulle
alte vette
ammantate
di neve
urla
ed infuria
la
tramontana.
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DAVANTI
AL PRESEPE
Immagino
di trovarmi
davanti
al Presepe
che
d’innanzi
ai
miei occhi
diventi
vivente.
Con
un tocco di fantasia
e
di magia
mi
trovo anch’io
ad
adorare
il
santo Bambino.
Sono
a Betlemme
e
vedo
un’infinita
schiera
di
pastori,
pastorelle,
gente
d’ogni luogo
e
di ogni ceto sociale,
ognuno
porta
il
suo dono
al
piccolo Dio.
Io
sono l’ultima
ed
a stento
cammino
appoggiata
al
deambulatore.
Tutti
offrono
i
loro doni.
Poi,
viene
il mio turno
ed
il Neonato
mi
chiede:
“
E tu, cos’hai da darmi? ”
Mi
guardo attorno
e
rispondo:
“
Non ho nulla da offrirTi,
Signore.”
Lui mi sorride
e
mi dice:
“
Dammi il tuo deambulatore…….
……..e
cammina da sola! ”
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MUSICA
E’
bella;
è
soave la musica.
Ognuno
l’ascolta,
l’ama,
l’adora.
La
melodia
l’ascoltano
i giovani,
danzando
sopra l’altare.
Quest’arte
dei suoni e dei ritmi
l’amano
le mormoranti onde
degli
oceani,
specchianti
ogni astro.
L’armonia
della ninna nanna
la
suona ogni cuore materno,
cullante
il suo nato.
La
musica
l’adorano
i
fanciulli non vedenti,
rallegrandosi
alle prime soavi note.
Talvolta
la
stupenda sinfonia
pare
universale,
poiché
l’ode
tutto
il creato.
Anch’io
Amo,
adoro,
percepisco
l’arte
dei suoni.
Io
amo
la
musica del mio computer
e
della mia arte poetica,
che
allorquando,
sono
triste,
mi
rincuora, mi riscalda,
donandomi
un’infinita
gioia,
e
m’induce
a
sperare
pur
contro
ogni
speranza.
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CANTO
D’UNA CIECA, SORDA E MUTA
Ad
Helen Keller
Il
canto
di
questa piccola
e
grande donna
di
terra lontana,
cieca,
sorda e muta
è
stato un canto gioioso
e
la sua vista
è
stata più splendente
di
quella
d’una
creatura normodotata,
perché
essa
vedeva,
discorreva
ed
ascoltava
ogni gente,
con l’anima,
sorridendo
alla sua avversità
con il sole del cuore.
Desidero
che il suo esempio
resti
immortale.
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FAVOLETTA
Un
giorno,
una raggiosa fanciulla
di
zucchero,
di
chissà quale mondo,
s’affacciò
alla
finestra
della
sua villetta
di
crema.
Vide
un giovane principe
di
cioccolato
accanto
alla porta
della
sua reggia
di
marzapane.
Le
mormorò:
“Quanto
sei splendida.
Sei
proprio la sposa
che sognavo!
Entrerai
nel mio castello
ed impasteremo
tante
prolettine
di
zucchero,
di
crema,
di
cioccolato
e
di marzapane.”
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ALLA
RICERCA DELLA FELICITA’
Pensieri
un’ex drogata
Desideravo
scordare
la mia sfumata infanzia,
la
mia triste adolescenza,
la
disunita mia famiglia
e
me ne andavo lontano
alla
ricerca del mistero,
ignorando
ciò che consiglia
la
Legge della natura.
Non
ascoltavo nessuno,
pensavo
che il mondo
fosse
amaro solo con me,
che
tutti gioissero
più
di me;
per
questo vissi
con
l’ipocrita eroina,
ma
non trovai
felicità
assoluta.
Fortunatamente,
una
sera estiva
venni
a contatto
con
un’esile
ed
indifesa creatura.
Mi
disse:
“Sorella,
io
ti amo.
Ti
amo,
perché
la vita è bella,
nonostante
tutto.”
Io
l’ascolta
per
la prima volta,
e
per la prima volta
risposi,
non so come:
“
Anch’io ti amo.”
In
quel prestigio istante
sentì
splendere tutta
la
verità e la felicità.
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ESSERE
SPASTICA
Essere
spastica,
per
me,
significa:
essere
più intelligente,
più
combattiva,
più
sensibile,
più
solare,
più
volitiva
dei
normodotati
seppur
nella nostra
assoluta
immobilità.
Vuol
dire,
anche,
sapere
più degli altri,
studiare
più degli altri,
prevedere
più degli altri,
acquisire
e raggiungere
mete
più elevate
delle
cosiddette
e
non speciali
persone
normali.
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DIALOGO
PREMATERNO
Ad un’amica
in trepida attesa
E’
qui,
dal
profondo
nelle
mie viscere,
si
desta, si agita,
mi
chiama,
dicendomi:
“Mamma,
perché
m’hai concepito?
Nel
mio languido ignoto
Vagavo felice.”
“Piccino,
è
l’amore che t’ha dato la vita.
E’
bella la terra
coi fiori sui tappeti verdi;
i
rami degli alberi
accarezzano
il firmamento
ed
il sole sorride beato.”
“Mamma,
ho
paura,
il
tuo mondo è triste.
Vi
sono tanti dolori,
violenze,
uomini
ingrati
malattie
assassine,
droga
che illude
i
giovani.
Mamma,
è
proprio necessario,
vedere
la luce
del
tuo pianeta?”
“Creatura
dell’anima mia,
pure
il Signore
volle
venire al mondo,
soffrendo,
amando,
sacrificando
la
Sua vita, per tutti noi,
con
il Suo immenso Amore.
Pargoletto
del mio cuore,
non
è il nostro egoismo
che ti volle,
ma
l’amore.
l’appassionato,
nobile
e
puro amore
che
ti sarà, sempre,
fedele
compagno
e
ti condurrà
verso
le infinite bellezze
della
seconda vita.
Sù,
frugoletto mio,
vieni!
Sei
atteso!”
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Lettera
d’un ex drogato
Carissimi
giovani,
vi
amo e vi voglio
tutti
vicini
al
mio cuore
che
tanto
ha
sofferto.
Giovani,
vi
scrivo
i
pensieri del mio animo,
le
mancate carezze
della
mia infanzia
e
della mia ribelle giovinezza,
i
momenti d’incubi
tra
la crudele droga
ed
il dolore
dei
miei cari,
(soltanto
la notte
mi
era compagna).
Ma
desidero, pure,
descrivervi
i
giorni di luce,
gli attimi di gioia
tra
la sincera amicizia
e
la sacra natura
che
mi salvarono
con
il loro amore
da
quell’illusoria speranza.
Ora
ho ripreso a vivere,
e
per me;
ora
tutto è adorabile.
Dialogo
coi fiori,
con
le farfalle,
col
sole,
con
la luna
e
le minuscole stelle
che
mi donarono
la
forza leale
d’assaporare
il
profondo pentimentoe
d’andare
incontro alla vita
con
una nuova mentalità.
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QUANDO…..
Quando
il mio cuore sorride;
quando
il
mio intelletto ode
la
voce solare
dell’anima
mia.
Per
me,
è
sempre primavera.
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|
E’
Pasqua!
Il
mandorlo
è
in fiore:
segno
d’una luminosa
ed
ineffabile primavera.
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|
Non
sfuggiamo
alla
sofferenza.
Non
serve a nulla!
Se
cerchiamo
di
scappare
a
lei,
lei
si ribellerà
e
si farà più aspra.
Colpendoci
psichicamente.
Dobbiamo,
con
rassegnazione,
tenderle
la mano,
dicendole:
“siamo
qui.”
Soltanto,
così,
il
dolore s’addolcirà
e
c’insegnerà
ad
apprezzare
maggiormente
le
piccole cose
che
appartengono
all’esistenza.
In
fondo alla vita
comprenderemo
che
nessuno di noi
avrà
sofferto invano.
Si
sa,
non
c’è vita
senza
dolore
e
non c’è dolore
senza
lamento.
Il
dolore
ha
colpito,
pure,
a
Cristo in croce.
Ed
anche
Cristo
in croce
Ha
lanciato
il
Suo lamento
come
ogni uomo. |
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|
Faccio
silenzio
attorno a me!
Osservo
stupita
ciò
che mi circonda.
La
natura è di vario aspetto
in
questo secondo mese
della
terza stagione.
E’
ottobre:
semioscuro
ed umido
è
il mattino.
Nell’aria
avverto
olezzo
di funghi.
Di
gocce sono colme
le
spumose corolle
delle
mie sfumate zinie.
Laggiù,
oltre
lo spinoso cespuglio,
scorgo
l’arbusto
del pungitopo
che
lentamente
si
rinverdisce
e
minuscole gemme
ricoprono
i
suoi esili rami. |
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|
|
SENTIAMO
IL BISOGNO
Sentiamo il bisogno
di varcare
i confini del mondo
per conoscere l’ignoto,
ma ci rendiamo conto
di navigare in un mare
sprofondato nel silenzio
dove tutto è solo:
il cielo,
le nubi,
i pianeti.
Siamo navigatori
dell’universo,
crediamo d’avvistare
in lontananza
il punto più luminoso
d’un altro pianeta,
ma c’accorgiamo
che è, soltanto,
un’oasi
irraggiata
dal sole.
Allora
sentiamo
che avremo,
sempre,
bisogno di sognare.
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|
|
SENTIERO
Sentiero
ci conduci,
decisamente
con il destino,
dalla culla di trina
alla terra bruna.
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|
STUPORE
Sono
costernata
dalla luce mattutina
che mi desta
ogni giorno
con una nuova poesia.
Sono
stupida
dal canto articolato
che esce dal mio cuore,
inducendomi a sentirmi
una creatura speciale,
viva
e presente
in ogni circostanza,
nonostante la gravità
della mia disabilità
e dall’indifferenza
di tutti gli uomini.
|
|
|
|
SENSAZIONE
Mi sento
teneramente bene
allorquando
percepisco
che nel cuore
d’ogni persona amata
spuntano fiori
di serenità.
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|
|
Al
partigiano Franco Centro
Giovinetto,
ancor
imberbe,
che
la ferocia nazista
innalzò
sull’altare
dei
martiri
e
degli eroi.
Tu
eri il beniamino
dei
tuoi compagni
combattenti
per
la libertà
della
Patria Italiana.
Un
figlio eri;
un
fratello,
un
soldato fidato
per
Lince:
tuo
intrepido comandante
che
trepidava,
sapendoti
in
pericolo.
Ma
tu detestavi
il
riposo
e
da animosa staffetta
oltrepassavi
le
linee nemiche,
sempre
pronto
a
portare ordine;
a
dar informazioni.
Non
avvertivi la stanchezza,
ignoravi
la sosta,
ed
il tuo giovanile cuore
non
conosceva la paura.
Molti
dei tuoi compagni,
avvisati,
da te,
scamparono
d’agguati,
ruppero
il
cerchio nemico,
ed
a te dovettero
la
vita.
Persino,
il
tuo amato genitore,
arrestato
dai nazisti,
fu
da te libero,
nel
momento
più
inatteso.
Ma
l’intensa
tua
giovinezza
fu
stroncata
nell’attimo
più bello,
il
tuo sacrificio
fu
sublime:
vincesti
le torture,
non
ti domò il dolore
a
chi ti voleste delatore.
Chiedesti
che ti fucilassero
con la stella di partigiano
sul cuore
e come d’incanto,
prima che la morte
ti celaste gli occhi,
una
stella vera
t’apparve
sul petto
che
il tuo sangue disegnò
e
si tinse di rosso.
Giacesti
immobile
sulla
neve febbraina
che
avvolge
d’un
tiepido calore
il
tuo corpo
di
valente coraggio.
|
|
|
|
In
una mattinata autunnale
la
rossiccia volpe
vide
fra i robusti rami
d’un
castagno,
un
corvo
che
tra il becco
aveva
un pezzo di formaggio.
Gli
disse:
“Signor
corvo,
mi
parlano tutti bene
del
tuo sonoro verso.
Desidero
ascoltarlo anch’io.
Potresti
farmelo sentire?”
Insospettito
ed infurbito
il
corvo rispose:
“Ti
ringrazio del complimento,
signora
volpe.
Ma
so che il mio ridacchio
infastidisce
tutta la gente.
Comunque,
prima
mi gusto
il
mio pezzo di formaggio.
E
dopo….vedrò!”
Mi
scuso con Esopo;
ma
non concordo,
pienamente,
con
la sua antica storiella.
|
| |
|
|
COME
UN BRADIPO
Ennesime
sono
le
mie difficoltà fisiche,
il
mio linguaggio
è
inarticolato,
il
mio udito
è
tarpato.
I miei movimenti
sono
lenti ed inutili
come
quelli d’un bradipo…..
…..Ma
nel poetare
ho
la velocità d’un fulmine
a
ciel sereno! |
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|
|
Dissero
in una tiepida
sera
autunnale le stelle
alla
luna:
“Noi
siamo
i
piccoli occhi della notte.
Illuminiamo
i cuori
della
giovane creazione.”
E
la luna con gentilezza
ripose:
“Io
sono
la
vostra responsabile madre
che
vigila voi
ed
ogni creatura
del
pianeta terra,
con
particolare amore
ed
attenzione.”
|
| |
|
|
Non
è vero
che
ai pargoletti
dobbiamo
sempre
insegnare.
Talvolta
siamo
noi
adulti
che
dobbiamo
apprendere
dai
piccoli.
E’
saggio
l’antico
moto:
“In
certi casi
l’alunno
è migliore
del
maestro.”
|
| |
|
|
Computer
sei
il mio impareggiabile amico.
Sostituisci
ciò
che manca
al
mio cervello
ed
alle mie capacità motorie.
Niuno
meglio di te
mi
conosce.
Ringrazio
il tuo creatore! |
| |
|
|
Crisantemi:
tristissima
leggenda giapponese.
Sono
i fiori del mero amore.
È
la corolla spugnosa
del
purissimo dolore.
Crisantemi! |
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|
L’artista
tramuta
i
suoi pensieri
in
mille aforismi,
disegni
e sonetti.
Tinge
la realtà d’arcobaleni,
marine,
paesaggi
e
monti ameni,
aurore
ed occasi
in
colori sognanti,
albe
e sere in nuvole vaganti.
Rende
immortale sé
e
l’intera bellezza,
lasciando
al
suo passare
rimembranze
e stelle.
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|
Che
senso ha
la
vita umana
se
poi
dichiara
guerra? |
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IL
PERO E L’UVA
Un
giorno
il pero dialogò con l’uva,
dicendole:
“O,
disgraziata,
tu
perirai calpestata
dall’uomo.”
Con
diplomazia
e
gentilezza
l’uva
rispose:
“E’
vero!
Ma
dell’uomo,
sarò
io più forte.
Gli
farò girare la testa!”
Ed
il pero tacque stupito.
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AFORISMI |
Tramonta
il sole, ma non la speranza.
Io ho imparato
a vivere con serenità, nonostante, il mio handicap fisico grave
e disturbatore: morbo di Little.
Anche la
natura stessa ci è maestra.
Talvolta
mi sento stanca di lottare e di dare; ma avverto che non tardi arriverà
il mio approdo, ed assaporerò anch’io la mia conquida
Anche nella
propria malattia bisognerebbe essere solari ed amici di tutti: sia dei
medici, sia dei pazienti; sia dei piccoli, dei grandi: Soltanto, così
si riceve amore e si ritrova il coraggio di vivere.
Ogni giorno
è una battaglia, ogni sera è una conquista. Questa è
la vita!
Per Dio
pure l’impossibile è possibile.
Sono molto
assetata di cultura.
E’
meglio soffrire, ma essere consapevoli delle avversità vitali,
piuttosto che vivere come degl’ignari individui.
Arrivare
a Cristo è la sapienza massima d’ogni uomo.
La mia minorazione
fisica inganna ogni ragione umana e medica, compresa me stessa.
Ogni menomazione
fisica non c’entra nulla con l’intelligenza
Talvolta
occorre avere parecchia coscienza per vincere le proprie malattie
Come sempre,
nella vita, in certi casi, è bene anche rischiare.
E’
un dovere umano pensare a tutti.
Il medico
può sperimentare molto; ma non può violare la natura, non
può violare Dio!
L’amicizia
sincera ci fa sentire tutti uguali ed uniti.
La vita
è bella, nonostante tutto, perché è un immenso dono
di Dio.
L’uomo
non può opporsi al destino, può essere, però dominatore
del destino stesso, ed addolcirlo
Non dubito
che Dio esista; ma, se non esistesse, quale inganno si prenderebbe la
nostra anima?
Ed io aggiungo
che talvolta lo scoraggiarsi è umano: s’è scoraggiato
pure Cristo sulla Croce
L’arcobaleno
dipinge il firmamento di purezza, quando il creatore ritrova la pace in
ogni cuore umano.
Alla Madre
Celeste piace la gente umile di cuore, e con loro soffre e prega
Sulla terra
non c’è semplicità ed umiltà più pura
di quella dei pargoli.
Non sono
i piccini che devono entrare nel mondo dei grandi; ma siamo noi, adulti,
che dovremmo esplorare il loro piccolo globo, per apprendere un poco,
della loro innocenza e della loro purezza
Cristo si
rinnova in ogni creatura che nasce, che vive, che soffre ed infine che
muore.
Nella vita,
la letteratura ci spalanca la mente e ci è ottima compagna
Ricordare,
con esattezza, il proprio passato è un vantaggio: significa vivere
meglio il presente e prepararsi all’incontro con il futuro.
Cantiamo
all’Onnipresente le meraviglie della vita. Tutto è stato
fatto tramite Lui, con il Suo immenso Amore, per noi, Sue creature
Ed io penso
che il servizio, oltre ad essere gioia, può diventare pure preghiera.
Il Bene,
anche a stento, non si sottometterà mai al Male.
La vita
degli uomini privi di fede sarebbe come un interminabile abisso.
Dopo ad
ogni procella ritorna sempre la speranza
La vita
nel grembo materno dura, circa, nove mesi; quella terrena, anche di più
di cent’anni; quella eterna non finisce mai
Al termine
dell’esistenza terrena, rivivremo una terza vita, sotto un altro
aspetto, sotto un’altra dimensione. Sarà quella eterna, quella
dell’anima.
Colui che
dice d’amare Dio senza pensare al prossimo, finisce con l’amare
solo sé stesso
Il dolore
è un mistero inespugnabile, noi, uomini, non ne sappiamo nulla.
Sofferenza
non significa essere incatenati da un destino crudele; ma solo docili
creature nelle mani del Padre
Dio ci ha
donato la vita terrena, perché, noi possiamo conoscere il Suo messaggio
e metterLo in pratica; e quando di chiama alla Vita Celeste è perché
non abbiamo più nulla da offriGli.
Il mestiere
di Dio? E’ amare e perdonare il mondo intero!
Con le armi
non si conquista nulla. Con la pace si otterrebbe anche l’impensabile;
purtroppo la realtà si presenta tutta nel lato opposto
In ogni
favola, romanzo e poesia per quanto immaginaria possa sembrare, vi è
sempre un pizzico
di realtà
della vita dell’autore stesso.
Bisognerebbe
essere sempre umili, anche con la più ampia e profonda cultura
Mi auguro
che il mio animo porti sempre con sé la primavera, anche nel pieno
dell’inverno, anche quando il cielo è tutto coperto di cirri.
L’ esistenza ci può negare tutto; ma non può impedirci
di amare!
Dirimpetto
al Creatore, siamo tutti uguali, nessuno è diverso; e diamo a Lui,
tutti in ugual misura.
Amare il
prossimo non significa annullare noi stessi; ma entrare dentro di lui,
leggergli il cuore e comprenderlo, pure nelle piccole e grandi cose dove
noi non siamo stati compresi.
Credo, fermamente,
in Dio, alla Sua potenza creatrice, e nell’uomo ed alla sua intelligenza
universale.
Ogni cosa
ha un nome, ed ad ogni nome nasce nella mentalità umana un nuovo
pensiero.
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