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BIOGRAFIA

 

Nacqui sana, tra le accoglienti pareti domestiche, in seguito ad un parto settimino e gemellare, inaspettata, la sera del 20 febbraio nel 1959, a Spinetta Marengo, frazione di Alessandria.
Il giorno seguente divenni cianotica, forse, per un danno causato dall’incubatrice, e, probabilmente, sarà per questo motivo che restai gravemente spastica. Intanto, dentro di me, la vita pulsava, mentre il destino mi preparava a lottare.
Nonostante le mie moltissime difficoltà motorie, espressive ed uditive non volli arrendermi, ed armata di volontà e coraggio ottenni parecchio.

silvana, primo compleanno


A sei anni, mia madre, mi condusse a Firenze, in un maestoso Istituto per bimbi spastici “Anna Torrigiani,” sulle antiche e ridenti colline di Fiesole (guarda la pagina dedicata al Torrigiani).

Ivi restai cinque anni e soffrii per la
distanza dal mio nido e dalla mia famiglia.
Venni curata, amorevolmente, dall’equipe del noto professor Adriano Milani Comparetti, fratello maggiore dello scomodo e famoso prete fiorentino: don Lorenzo Milani.

Frequentai le scuole elementari, imparai a camminare ed acquisii una certa autonomia.


Lourdes. sono quella seduta in prima fila, a destra, con la maglia verde


Rincasata dal Collegio nel 1970, compii lentamente e privatamente altri studi, al par d’una principessa dell’ottocento.

mio cugino Tino

In questa foto sono io, a sedici anni, con mia madre, mia nonna materna e mio cugino Tino.

Nel 1998, una paresi colpì la parte destra del mio già gracile fisico e mi costrinse all’ausilio d’un deambulatore.

silvana a 26 anni


Ora, le mie condizioni si sono stabilizzate e sto discretamente bene. Amo l’arte, la musica, la letteratura nazionale e straniera, le poesie di ogni poeta….ed io stessa ho composto più di settecento poesie.
Grazie al computer che mi è di grande aiuto.

mio cugino Tino nel 1997


Partecipo, tramite Internet, a vari Concorsi Poetici (guarda premi e attestati).
N
el maggio 2004 ho pubblicato una raccolta di versi dal titolo: “Suoni articolati”, presso Artiglio Editore.

suoni articolati


I versi raccolti in questo piccolo libro, sono, solo, una particella di me, dove io rievoco la mia lontana infanzia, i miei preziosi ricordi, le persone che amo e che ho amato, soprattutto la nonna paterna perché fu proprio lei che m’insegnò a vivere. Infatti, è alla nonna Angela che ho deciso di dedicare queste pagine.

silvana a 2 anni con la nonna angelina


Per coloro che terranno tra le mani le mie poesie sarà come se prendessero in mano me.

silvana con papa wojtyla nel 1986


Auguro a tutti tanta serenità nel cuore ed ogni Bene al mondo intero.

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POESIE

il cane di San Giuliano Nuovo

dialogo aperto con mia madre, ti sorprenderò!, intramontabile, non voglio mollare, esperienza diversa, promessa addio!, tra la vita e la morte, velo, la fiaba, non avrò paura, alla beata di calcutta, preghiera di una donna in attesa, la mia perla invisibile, handicap fisico, nuvola blu, viventi figure forti, da bambina, immaginavo, la tavolozza da pittrice, versi della natura, il vaso di coccio, nella casa della nonna angela, complessi, a mia madre, amaro più del mio destino, nella mia solitudine, il cuore ed il cervello, brina ricamatrice, magia notturna, la mia lotta, cipressi in primavera, non cadere, la canzone dello spazzacamino, Cristo piange, il sibilo del fuoco, davanti al presepe, musica, canto d'una cieca, sorda e muta, favoletta, alla ricerca della felicità, essere spastica, dialogo prematerno, profondo pentimento, quando, resurrezione, a contatto col dolore, ottobre, sentiamo il bisogno, sentiero, stupore, sensazione, al partigiano franco centro, il corvo infurbito, come un bradipo, le stelle e la luna, non è vero, computer, crisantemi, l'artista, vale?, il pero e l'uva,

tutte le poesie (1959) in formato word > zip (5,9Mb) tutte le poesie

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IL CANE DI SAN GIULIANO NUOVO

rievocando la storiella ideata dalla nonna Angela


“Nonna! Cerco di ricordare la bella storiella

de: “Il cane di San Giuliano Nuovo, che mi narravi tu,

quand’ero piccola per darmi la pappa.

C’era una volta, a San Giuliano Nuovo,

un cane magro, magro perché il povero padrone,

gli dava poco da mangiare.

Un giorno l’uomo s’impietosì della sua amata bestiola

e presa in disparte, le disse: “Hai fame, vero?

Ti nutro poco perché il cibo scarseggia

 

anche per tutta la mia famigliola e ciò mi rincresce.

Ascoltami, domani, sarà la prima domenica ottobrina: la festa del paese.

Scenderai in paese e mangerai tutto ciò che cadrà dalla tavola dei commensali.

Buon appetito!” Il cane obbedì.

A mezzogiorno dell’indomani la bestiola partì.

Strada, facendo, incontrò il lupo, un lupo, molto temuto dagli abitanti.

“Fermati, che ti mangio! Ho fame!”, urlò l’animale selvaggio.

Il cane supplicò: “Ma, non vedi come son magro? Ho solo pelle ed ossa.

Naturalmente, non posso nutrirti.

Scendo in paese perché è la Festa Patronale e vado alla ricerca di un pò di cibo.

Al ritorno, sarò, evidentemente, più sazio e tu mi mangerai.”

Lo stupido lupo ne fu convinto e lo lasciò passare.

Il cane libero andò alla festa e si nutrì di tante delizie.

Nell’ora di rincasare, il cane, pensando al lupo, prese un’altra via e da lì non passò più.

Il lupo, non vedendo comparire il cane, s’accorse d’essere stato burlato e s’incollerì parecchio.

Nel frattempo arrivò una volpe.

“Fermati, che ti mangiò. Ho fame!”, replicò il lupo cattivo.

“Anch’io ho fame! Fame e sete!”, disse con saggezza la volpe.

E continuò: “Faremo così, questa notte ci dovrebbe essere la luna piena.

Quindi, sarà chiaro il cielo.

Quando i contadini dormiranno, noi passeremo dal buco del covile

e ci ciberemo di galline finché saremo sazi. Ma... attento, lupo!”

Il lupo imprudente s’accordò con la volpe,

a mezzanotte si trovò con lei nel covile ed iniziarono a mangiare le galline.

La volpe ne mangiò solo due ed uscì benissimo dal foro,

mentre il lupo non la smetteva più di cibarsi di galli e pollastre.

 

Quando il feroce animale si senti sazio, si guardò attorno e si trovò solo,

la volpe l’aveva abbandonato.

Comprese che sorgeva già l’alba, fece per uscire dal covile,

ma dal buco, non ci passava più. Era obeso!

Dall’aia, il lupo udì i primi rumori umani ed inizio a tremare dalla paura,

infatti, ben presto la porta del covile fu aperta dai contadini,

che scovando la bestia crudele,

intuirono subito che aveva mangiato galli e galline.

Afferrarono pale e badile e lo scacciarono lontano, gridando:

“Al lupo! Al lupo!” Ed il lupo scomparse dalla loro vista.

Strada facendo, il lupo, incontrò nuovamente la volpe.

La rimproverò: “Sei stata infedele! Perché m’hai lasciato solo?”

“Ti avevo avvisato: Attento, lupo!”

E continuò, con la sua acuta furbizia:

“Adesso, ho tanta sete ed avrai sete pure tu, lupo,

tutto bastonato come sei! Andremo in riva al fiume a bere.”

Il lupo credulone, ancora una volta, annuì convinto. Arrivarono in riva al fiume.

Ordinò la volpe: “Prima vado io a bere,

in fondo, l’idea è stata mia. Quindi, spetta a me. Dopo ci andrai tu.

Tu mi terrai per la coda, con la bocca, e quando avrò finito di bere,

dirò: “La plap!” e tu mi tirerai sù. Bada a non stringermela troppo coi denti!” E così fu!

Venne il turno del lupo. La volpe si finse gentile, ma allorché il lupo gridò: “La plap!”

La saggia volpe, allargando la bocca esclamò: “Ed io, per la coda, ti lascio andare!”

Il lupo cattivo, annegando svanì ed i sangiulianesi non ebbero più paura.

Nel frattempo, il cane di San Giuliano Nuovo

che fin da allora aveva seguito nascostamente il nemico, saltò fuori dal nascondiglio

e si congratulò con la volpe.

Si sfiorarono l’umido musetto in segno di una profonda amicizia.

“Com’era solare, nonna, la tua storiella

e quanta fantasia tiravi fuori perché io mangiassi!”

Toglimi una curiosità. Riuscivi, con quelle parole, a darmi tutta la pappa?”

“Cara Silvanina, non era un’impresa facile.

Non sempre riuscivo a darti gli ultimi cucchiaini, e questo mi faceva star male.

Capivo che volevi un’altra favola!”

“Non avevo molto appetito, a quei tempi, nonna.

Avevo più fame e sete d’amore, del tuo amore!”

pubblicata il 6 febbraio 2011

 

DIALOGO APERTO CON MIA MADRE


È l’ora del dopopranzo.

Io mi trovo

a dialogare apertamente

con mia madre:


“Mamma,

perché, da bimba,

m’hai portata

in quel lontano Istituto fiorentino?

Il luogo era splendido,

(era una villa signorile ed antica),

ampie erano le stanze

ed immenso era il giardino.

Distante ero dal tuo cuore materno. Ricordi?

Non mi mancavano l’affetto ed il rispetto,

ma austera era la disciplina

e molte erano le regole da seguir.

M’hai portata, certo,

per farmi del bene,

per offrirmi la più completa libertà ed indipendenza,

e non m’hai mai abbandonata.

Spesse volte mi venivi a trovar,

lasciando a casa la mia gemella ed il papà.

Viaggiavi, in treno, nella notte fonda,

perfin la luna ti stava a guardar,

e quanto sonno per me hai perduto….

Ed al mio pianto s’era unito il tuo.”


La mamma mi ascolta

in silenzio, sorridendo,

ma parlan i suoi occhi verdi e vivi,

mi richiamano alla mente

l’antica e famosa strofa:


“Sette paia di scarpe ho consumate

Di tutto ferro per te ritrovare…

Sette verghe di ferro ho logorate

Per appoggiarmi nel fatal andare…

Sette fiasche di lacrime ho colmate…”


Concludo il lungo dialogo,

tra lacrime e sorriso,

abbraccio stretta la mamma

e le dono un bacio.

 


 

TI SORPRENDERO’!


Cancro, ascoltami,
ti voglio parlare!

Macigno,
tu, ancora,
non mi conosci,
bensì, sono io
che già ti conosco
nell’umano patire,
nel lentissimo gemere.

Orribile bestiaccia
che drasticamente rodi il corpo
d’ogni creatura vivente,
senza guardare
sui suoi occhi innocenti,
concedendogli,
privo di pietà,
di osservare il mondo,
magari,
per brevi giorni.

Forse,
un giorno,
anche il mio esile fisico
afferrerai e tenterai
di sradicarmi
dai miei affetti più cari.
Ma io ti sorprenderò.

Non ti temerò!

Pure,
se tu busserai ai miei seni
lotterò un’ennesima volta
e saprò soffrire,
non invano,
come ho sempre fatto
nella vita,
spero!

Con la mia mente
vorrei dominarti,
con la mia temperanza
ti vincerò,
e, con l’arma
della mia ferrea volontà
potenzierò
ogni ricerca scientifica.

 

 

INTRAMONTABILE


Tramonta il sole,
ma non la speranza.

 

 

 

NON VOGLIO MOLLARE

Non voglio mollare
la mia piccozza.

Non desidero cessare
la mia salita
sulla più alta vetta.

Non amo arrendermi
alle avversità
del mio destino.

Non voglio
che l’uomo normodotato
violi le mie volontà.

Sono contro
all’essere usata da cavia
dai medici.

Voglio vivere
Serena!

Desidero poetare
libera e col sole nel cuore,
nonostante il mio inesorabile morbo.

Voglio ammirare,
cantando allegramente,
gli infiniti orizzonti
e le intramontabili aurore
infuocate d’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ESPERIENZA DIVERSA

Autobiografia.

Io, non come
ogni bimbo
nell’età d’un anno,
ho potuto recarmi
incontro alla mamma,
muovendo
i primi passi.

Io, a sei anni,
non mi sono
trovata sui banchi,
ad udire la maestra,
intenta a spiegare.

Io ero
in un maestoso
Istituto fiorentino,
lontano
dal mio nido
e dalla mia famigliola;
dove imparavo,
lentamente,
i barcollanti passi.

Intanto,
il tempo dell’infanzia
trascorse veloce,
con prove di dolore,
d’incomprensione,
d’umiliazioni
e di delusioni;
ma nel mio cuore
splendeva sempre
il sole.

Studiai con gioia
ed ardore.

Mi formai
una cultura personale.

Io, giovane donna, spastica,
ho avuto un’esperienza diversa,
da voi, normali.

Eppure, cerco tuttora,
d’essere forte e solare,
con immutata fiducia
in un avvenire migliore.

 

 

 

PROMESSA, ADDIO!

“ Gemella,
fra otto settimane,
nasceremo? ”
“ No! Nasceremo,
questa sera.”
“ Sarà un lieto evento,
il nostro.
Niuno c’attenderà,
così presto!”
“ Cosa promettiamo,
tra noi?”
“ Promettiamoci
che saremo……
……..
due simpatiche monelle,
sempre unite.”
“ Ecco mamma
ha le doglie;
la nostra ora
è suonata.”
“ Esci prima tu, gemella.
Dopo esco io!”
“ Uuuueeeee, uuueeee! “
“ quanta gioia
c’è in casa.”
“ Che festosi vagiti!”

“ Ohhh.
Dove ci racchiudono,
gemella?”
“ In un’unica culla termica.”
“ Io sto soffocando!”
“ Coraggio!”
“ Che dolori
ho nel capo,
sento
i primi sintomi
della perenne spasticità.”
Non so, gemella,
se riuscirò
a mantenermi fedele
alla promessa.”

 

 

 

TRA LA VITA E LA MORTE.

Preghiera d’una morente.

“ La terra piange,
ma il cielo sorride.”
Dice una voce
Senza più alcuna speranza.

“ Signore,
sono qui.
In attesa della mia ora,
comprendo che fra poco
s’avvicina;
ma la morte
non m’impaura.”

“ No!
Non temo il trapasso,
perché ho fiducia in Te.
So che Tu sei la Vita.
So che Tu sei lo Splendore.
So, perfino, che Tu sei l’Amore.”

“ Ecco,
un’insolita Voce.
Sei Tu
che mi stai chiamando?
Sì, sei tu!
Ed io, seppur,
in un’altra dimensione,
ricomincerò
a vivere.”

 

 

 

VELO


Velo, non nascondere
i miei movimenti aritmici,
il mio linguaggio inarticolato,
il mio fievole udito
e neppure il mio carattere
permaloso e deciso,
lascia spazio a tutto ciò
che la vita mi riserva.

Velo, levati
dalle mie iridi!
Non amo gli inganni; lo sai!
Mostrami la realtà sincera:
la vita, così, com’è!

 

 

 

LA FIABA

È vera la fiaba:
non sempre
il leone
è più potente
del topo!

 

 

 

 

NON AVRO’ PAURA

Chi sei tu
che bussi

alla porta
d’ognuno,
con tocchi
così violenti,
e non guardi
in volto
a nessuno?

Tu sei il trapasso;
odo quel tuo scalpitio
sapente di mistero,
che sorpassa ed afferra,
sei un’ ombra
senza viso,
composta solo
d’un funebre velo.

Morte,
sei
l’ultimo nostro destino;
ed un giorno,
colpirai anche me;
ma io
non avrò paura di te
poiché ti vincerò.

Trapasso,
credi
di portarmi
al buio dell’occaso,
pensi
di avermi afferrata,
d’avermi fatta morire
per sempre.

Ma, proprio,
in quel momento,
ti ringrazierò,
e tu,
sconfitta,
mi diventerai sorella,
inducendomi
ad assaporare
la Luce
dell’Alto Splendore!

 

 

ALLA BEATA DI CALCUTTA

Cara “Matita di Dio.”

Tu sulla terra scrivesti:
“La vita è una opportunità, coglila.”
Tu l’hai colta con i piccoli.
Tu affermasti:
“la vita è bellezza, ammirala.”
Tu l’hai ammirata con occhi puri.
Tu dimostrasti:
“La vita è beatitudine, assaporala.”
Tu divenisti Beata.
Tu dicesti:
“La vita è un sogno, fanne una realtà.”
Tu hai realizzato il disegno divino.
Tu dettasti a me:
“La vita è una sfida, affrontala.”
Tu la sfidasti con la Tua Arma Segreta.
Tu parlasti sulla carta:
“La vita è un dovere, compilo.”
Tu l’hai compiuto per Cristo.
Tu dichiarasti:
“La vita è un gioco, giocalo.”
Tu fosti la Bambolina dell’Onnipotente
nelle Sue mani.
Tu confermasti:
“La vita è preziosa, conservala.”
Tu la conservasti per i Tuoi poverelli.
Tu feci eco a noi:
“La vita è una ricchezza, non sciupatela.”
Tu non hai sciupato nemmeno un attimo
della Tua esistenza.
Tu dicesti:
“La vita è amore, godine.”
E Tu ce l’hai fatto godere .
Tu riscrivesti:
“La vita è mistero, scoprilo.”
Tu hai scoperto che il vero mistero
è il tesoro della povertà.
Tu riconfermasti:
“La vita è promessa, adempila.”
Tu c’insegnasti a mantenerla.
Tu convincesti:
“La vita è tristezza, superala.”
Tu l’hai superata più di mille volte.
Tu riaffermasti:
“La vita è un inno, cantalo.”
E l’inno più bello lo cantasti Tu.
Tu ammettesti:
“La vita è una lotta, vivila.”
Tu hai lottato per gli indifesi.
Tu intonasti:
“La vita è gioia, gustala.”
Tu l’hai fatta gustare agli altri.
Tu ridicesti:
“La vita è una croce, abbracciala.”
Anche Tu hai abbracciato la Tua.
Tu riparlasti:
“La vita è un’avventura, rischiala.”
Tu, come non tutti, rischiasti l’impossibile.
Tu sorridendo dicesti:
“La vita è pace, costruiscila.”
E la pace l’hai costruita, tu,
alla terra affamata di Dio.
Tu pensasti:
“La vita è felicità, meritala.”
Quanta felicità ha meritato il Tuo cuore!
Tu pregasti:
“La vita è vita, difendila.”
Tu hai difeso la vita degli ultimi.

Grazie, Madre Teresa di Calcutta!

 

 

 

PREGHIERA D’UNA DONNA IN ATTESA

Una giovane
e futura mamma,
trovando aperta
la porta d’una chiesa.
Vi entrò,
s’inginocchiò
all’altare.
Dirimpetto a lei
stava un grande crocifisso.
Contrariamente d’ogni altra donna,
così, pregò:

“Signore,
fà che la creatura
che porto in grembo,
normodotata non sia.
Concedimi la forza
di comprenderla
e di amarla.
Donami solo
nel cuore
una fede stabile
e nell’intelletto
una profonda saggezza.”

 

 

 

LA MIA PERLA INVISIBILE

Possiedo
una perla invisibile
che splende
dentro di me.

E’ la migliore compagna
della mia vita,
non mi tradirà mai.

Essa è presente
nel mio intelletto,
nel pulsare vivace
del mio sangue vermiglio
e nel mio cuore.

Mi aiuta a vivere,
a lottare, a sperare,
a sorridere
ed ad amare,
inducendomi,
così,
a cancellare
i lati oscuri
del mio morbo;
della mia non lieve spasticità,
a riflettere
su me stessa,
su tutti
e su tutto
ciò che mi circonda.

La mia perla invisibile
è un gioiello:
è la poesia.

 

 

 

HANDICP FISICO

Handicap,
non crederti vincitore
del mio gracile fisico.

Tu
hai sì tarpato
i miei arti.

Il mio linguaggio
ed il mio udito
hai confuso;
ma non la mia mente.

Il mio intelletto
risulterà
più potente di te.

Costernerà
medici, medicina
e scienza compresa.

Il mio pensiero
ha spazi illimitati
ed orizzonti infiniti.

La mia lucerna interiore
risplende maggiormente
dell’Alfa e dell’Omega.

Mio caro handicap,
non sarai mai padrone di me.

Sarò io a dominarti

E farò di tutto
per convivere serena,
con te!

 

 

NUVOLA BLU

Questa sera,
al lume lunare,
starò
il cielo
ad ammirare!

Resterò,
per ore,
incantata
ad immaginare
col mento
all’insù
ciò che sta sopra di me!

Scorderò
ogni mia pena!

Penserò
al presente
soltanto!

Sognerò
di errare spensierata
al di là
d’ogni confine del mondo
sulla agile velocità
d’una soffice nuvola blu!

 

 

 

VIVENTI FIGURE FORTI

Possente è il suolo
che sostiene ogni peso.
potente è l’universo
dove splendono gli astri.

Energico è il vento,
quando solleva ogni cosa.
potenti sono i mari
che circondano il mondo.

Robusto è l’uomo
che suda lieto
nel suo lavoro.

La mia mente, instancabilmente,
pensa e ripensa;
ed è viva, solare,
pronta e profonda.

Ed anche il mio cuore è forte,
giovane, sano e bello:
resiste
ad ogni dolore,
ad ogni sconforto.



 

 

DA BAMBINA

Da bambina,
ancora inconsapevole
della mia spasticità fisica,
sognavo che da grande
avrei fatto
“ la dottoressa dei bambini poveri.”

Speravo di raggiungere,
veramente,
questa meta.

Sarei partita per Calcutta,
l’angolo del mondo più disadorno,
e mi sarei dedicata
completamente,
come laica,
al servizio dei bisognosi
e degli ultimi.

Purtroppo,
il mio destino decise diversamente.

Seppur nella mia ricchezza,
io sono una di loro.



 

 

IMMAGINAVO

Mi trastullavo
ed immaginavo
che la vita
fosse un gioco.
Mi destai
dal mio torpore
e mi accorsi
che la vita
è una lotta.
Lottai
e compresi
che la lotta
porta
ad una conquista.
Conquistai
con le mie forze morali
e con le mie arme spirituali,
e scoprii tante vittorie.
Vinsi e sentii
che ogni vittoria
è come un gioco.



 

 

LA TAVOLOZZA DA PITTRICE

Ho una tavolozza
da pittrice
dove posso dare
alla tela
le pennellate emotive.

Dipingerò
di rosa i miei sogni poetici,
di rosso il mio linguaggio
dell’articolato amore,
di bianco la purezza
del mio libro,
di giallo la forza
della mia solarità,
di verde la speranza
della mia saggezza,
d’arancione il profumo
prediletto del mio cuore,
di blu il mare
della mia riflessione,
d’azzurro la mia barca
della temperanza,
di grigio i giorni
delle mie delusioni.

Alla fine scopro
di aver raffigurato,
sulla tela,
l’intera mia vita.

 

 

VERSI DELLA NATURA

Alita dolcemente
la brezza fra i fiori.

Sibilla il fuoco
nel camino.

S’innalza il fumo
verso il cielo.

Stormiscono le frode
mosse dal vento.

Garriscono le rondini
al nido.

Tuba la colomba
portatrice di pace.

Pigolano i pulcini
sotto la chioccia.

Nitrisce il cavallo
nella stalla.

Squittisce timidamente
il coniglio.

Stride il grillo
in mezzo ai campi di grano.

Ulula il cane divertito.

Miagola il gatto
con simpatia.

Vagita un bimbo
appena nato.

Mentre io stilo
in poesia ed in rima.


 

 

IL VASO DI COCCIO

Il vaso di coccio
s’è rotto.

Pezzo per pezzo
raccolgo i frammenti,
li giro, li rigiro,
li unisco e li aggiusto.

Ma sono sempre quelli:
ricordi, paure,
le grandi emozioni
che mi tornano in mente
qual fossero doni.

…Pian piano rivedo,
correndo nel tempo
che tutto si cuce,
s’aggiusta vivendo.

Ed allora mi accorgo,
con occhi stupiti,
d’aver incollato
tutta la mia vita.


 

 

NELLA CASA DELLA NONNA ANGELA

Ogni volta
che varcavo la soglia
della casa in cui abitò
e visse
la mia amata nonnina,
il mio cuore
s’empiva di pianto
nel vedere le cose
a lei care,
e da me non scordate.

Aprivo la vecchia porta,
ed il mio sguardo
fissava la vetusta cucina,
già, così, lucida e linda,
ora abbandonata.

Guardavo la stufa fredda
smaltata di bianco,
e mi pareva di sentire
il dolce calore
da essa emanato,
unito alle favole
che nonna narrava.

Poi salivo
la per ripida scaletta
e mi trovavo
nella sua accogliente cameretta
dove
due bianchi lettini
portavo, ancora,
le impronte
delle mie membra infantili
e del fisico stanco
della mia sapiente nonnina.

Era, sempre,
il solito romantico rito,
compiuto da me
quando entravo
in quello che fu il mondo
della mia lontanissima infanzia.

A stento
trattenevo le lacrime,
ed un mesto sorriso
mi spuntava sulle labbra,
allorché la voce paterna
mi chiamava,
chiedendomi
cosa mai cercavo
per le mute stanzette.

Non sapeva che io cercavo,
non capiva che io sentivo,
ignorava che io vedevo
ancora, a me, accanto
la sua sofferente mamma.

 

 

 

COMPLESSI

Volevi essere bionda,
ma né tua madre,
né tuo padre
provenivano dall’est.

Volevi avere
la fronte più ampia
di quella che avevi,
ma questo tuo desiderio
era impossibile
che s’avverasse.

Volevi avere gli occhi
a mandorla,
ma i tuoi genitori
non erano cinesi.

Volevi avere
il naso all’insù,
ma la tua discendenza
non era francese,
e, di conseguenza
la tua Legge Naturale
violasti.

Volevi avere
le labbra grande,
ma nel tuo sangue
non c’era alcuna traccia
orientale.

Detestavi
il tuo mento,
ma era la tua natura
che te l’ho aveva donato.

Desideravi avere
un lungo collo
come “ Sissi.”

Ma il tuo collo valeva
mille volte di più.

Volevi avere
la carnagione scura,
ma la tua razza
non era spagnola.

Volevi essere
d’una statura più elevata,
ma eri già alta e snella!

Potevi essere felice.

Eri una bellissima ragazza,
senza saperlo,
e colma di complessi.

E tutta
la tua intelligenza
l’hai utilizzata?

Non hai mai inteso
che per i tuoi genitori
eri la creatura
più splendida dell’Universo.

Non hai mai compreso
che per la tua gemella,
gravemente spastica,
quanto sarebbe stato grande
il tuo amore.

Non ho ancora capito
come ti volevi.

Ricordo
che volevi avere
gli occhi a mandorla!


 

 

A MIA MADRE

Quando non rimpiango
la mia prematura
e settimina nascita
che t’ha colta impreparata.

Quando non riodo
le tue inveterate menzogne.

Quando non sento
il pesante fardello
della mia famiglia disunita.

Quando non medito
che, tu, mi affidasti
alla nonna paterna,
liberandoti di me.

Quando non ripenso
che, tu, mi dividesti
dalla mia gemella.

Quando,
per pochi secondi,
scordo
la mia incatenata infanzia.

Quando non mi rivedo
in quell’austero
Istituto fiorentino.

Quando non rifletto
su tutto ciò
che mi negasti.

Quando non riversi
su di me
i tuoi immotivati rancori.

Quando non provo
l’impressione
che tu finga
di non ricordare.

Quando vagamente
mi comprendi
un poco.

Quando non penso
a ciò che di triste
mi accadrà.

Quando non avverto
la sensazione
di essere tetraparesi spastica……

……allora

ti ascolto e ti perdono!


 

 

AMARO PIU ’ DEL MIO DESTINO

Lettera ad un padre dalla figlia spastica

Mio caro papà,
che ora
giaci presso
gli austeri e muti
cipressi,
tu non m’ispiri,
nella poesia,
perché
quand’eri in vita
non sei stato
un buon esempio
per la tua famigliola:
sei stato amaro
più del mio destino.

Possedevi:
quattro lauree,
in più due specializzazioni;
avevi le parete del tuo studio
tappezzate di tremila volumi;
una cultura profonda,
un’estesa conoscenza,
bensì un Ex Partigiano fosti,
ed eri amante della politica;
e ciò nonostante,
un padre od addolorato,
od impreparato,
nei miei confronti,
tu, fosti?

Od amasti te stesso per primo?

Poco mi donasti,
addirittura nulla,
spiritualmente, intendi?

Allorché
da bambina
stavo nell’istituto,
distante da casa,
tu, vagamente,
venisti a trovarmi.

Tanti anni di studio,
per la tua responsabilità,
ho perduto.

E, dopo,
non più volesti
che proseguissi.

Questo rimarrà,
sempre,
il mio unico
componimento poetico,
dedicatoti,
papà!

E m’auguro
che giunga;

Là, dove,
tuttora,
si troverà
l’anima tua.

Ora,
non più,
puoi dirmi: “Taci!”

Ricordati
le Parole del Vangelo:
“Sapienti e Dotti della Legge,
se uno di voi,
dice a questi miei piccoli
di tacere,
si metteranno
ad urlare le pietre.”

Papà!

La tua figliola “disgraziata.”


 

 

NELLA MIA SOLITUDINE

Alla nonna Angela

Una voce,
dal nulla della notte,
grida il mio nome:
“Silvana!!!”

Sulle onde della fantasia
un cuore batte
alla mia porta,
ha freddo. Forse…?

Ma non per il gelo
che tutto invade…

E’ la mia solitudine.

È la nostalgia di te, nonna,
del tuo grande amore per me,
del tuo solare sorriso
che si fa sentire
ancora vivo!


 

 

IL CUORE ED IL CERVELLO


Disse un mattino
il cuore d’una donna
al cervello:
“ Sono l’organo
più importante,
pulsando porto l’ossigeno
fino a te,
e sono io
che offro la vita
agli esseri viventi.”

Il cervello
pronto rispose:
“ Io non sono meno indispensabile
di te, cuore.
Perché senza di me
l’uomo non ragionerebbe,
inerte sarebbe
e non vivrebbe,
anzi, vegeterebbe
e….. neppure….. amerebbe.”



 

 

BRINA RICAMATRICE


La gelida brina mattutina
si posa sui nudi rami
del ciliegio,
ricamandoli d’un pizzo
tutto d’argento
con il riflesso del cielo.
Tra il magico biancore della neve
e degli ultimi raggi solari
forma uno specchio cristallino
ed ogni cosa diventa un incanto:
questo è l’impareggiabile spettacolo
della natura invernale.



 

 

MAGIA NOTTURNA

Mentre
la fanciulletta dorme,
nella sua silente stanzetta,
sotto un tenue lune.
Per magia e per incanto
ogni giocattolo
si anima,
danzando
attorno al lettino
della piccola dormiente,
emettendo suoni articolati
che soltanto lei
ode nel sogno.

Dal lontano cielo oscuro
punteggiato
di corpi celesti,
la luna guardiana
sorride divertita
ai giochi animati,
e col suo sguardo materno
lancia una carezza
ai teneri riccioli d’oro
di bimba.



 

 

LA MIA LOTTA

Ho lottato
per conquistare
la via
del mio incerto
camminare.

Ho lottato,
desiderando
con la mia volontà
d’esprimermi
sempre meglio.

Ho combattuto
per assaporare
la più grande
libertà
di pensiero
tutto mio.

Ho lottato,
trovando,
in me stessa,
l’amore
per la mia piccola esistenza.

Ho violato
le idee altrui,
non volendo mai
arrendermi,
ma sempre vincere.

Ho lottato,
e lotto tuttora;
non con le armi;
non con la violenza,
ma con la forza
ed il sole
nel mio cuore,
e con la mia piccozza
salgo da me,
il monte della vita!



 

 

CIPRESSI IN PRIMAVERA

Mi rivolgo a voi,
austeri cipressi,
a voi,
che crescete
nel muto
e grigio cimitero;
dove gli antenati
riposano
in un sonno perenne.
Cipressetti,
la lieta e verde primavera
viene
ad accarezzare,
anche,
i vostri malinconici rami
e placare,
un poco,
le vostre lacrime.
Vi sussurrerà soavemente
che la stagione rinnovatrice
è vicina;
vi supplicherà piamente
d’innalzare
le argentee fronde,
verso l’azzurro infinito,
pronte ad ospitare
nuovi nidi,
vi bisbiglia
d’abbandonare
la vostra triste armonia
alla tiepida brezza.
Le rondine,
appena tornate,
sorvolano
sopra di voi
in segno festivo,
le agili e nere ali.
E voi, cipressi,
pur, essendo
il simbolo del lutto
e dello sconforto,
sentirete,
come ogni essere vivente,
la fresca gioia
della vita che rinasce.



 

 

NON CADERE

Bambina,
non cadere:
troppo grande
sarebbe
il tuo dolore
e parecchio
soffrirebbe
il tuo cuore.

Cacciatore,
non abbattere
gli usignoli
che liberi volano,
se no,
noi non udremo più
il vispo canto.

Anima,
non precipitare
nel vuoto oscuro,
se no,
ti smarriresti,
senza più
ritrovarti.

Iridi,
non rigate
di lacrime
il tenero visetto
di bimbo,
se no,
l’uomo
assaporerebbe,
soltanto infelicità.


 

 

LA CANZONE DELLO SPAZZACAMINO

alla nonna Angela

Ricordi, nonna?

Da neonata,
a notte fonda,
strillavo nella culla.

E, tu, nonna,
mi pigliavi
in grembo,
cullandomi piamente
e dolcemente intonavi
la canzone dello spazzacamino:

“ Spazzacamino, spazzacamino!

Ho freddo, fame, sono poverino:
in riva al lago, ove son nato,
la mia mamma ho abbandonato.

Come l’augello che lascia il nido,
per guadagnarmi qualche quattrin.

E tutto il giorno vò attorno e grido:

Spazzacamino, spazzacamin……”

Per un attimo
tacevi, mi osservavi
e notavi
le mie piccole
palpebre abbassate.

Allora,
saltando qualche strofa
proseguivi sommessa:

“ …..Ho gli occhi foschi,
la faccia scura,
ai fanciulletti metto paura…..”

Terminavi qui
di cantare.

Io mi ero quietata
e ninnavo beata.

Sì, nonna;
ma ti ingannavi.

Io dormivo apparentemente.

Non era quella canzone
che mi aveva quietata.

Ciò che aveva calmato
il mio pianto notturno
era il calore del tuo amore.

……Infatti mentre,
tu, adagio adagio,
per non svegliarmi,
mi riponevi nella culla,
il mio terribile strillo
si ravvivava.

 

CRISTO PIANGE!

Cristo piange
per lo sfacelo
del mondo.

Piange
per il suo Israele.

Lacrima
per la sua natia Betlemme,
per la vicina Gerusalemme.

Geme
per la nostra Italia.

Soffre
per la povera India,
per l’assetato Kenya.

Piange
per la grande Cina.

Singhiozza
sulla Palestina.

Lacrima
per l’Iraq
e per Iran.

Geme
per gli Stati Uniti.

Soffre
per il Vietnam.

Piange
per l’Indonesia,
per la Russia,
per la Francia,
la Spagna,
la Germania,
la ex Jugoslava.

Lacrima
su tutti i paesi
dove regnano
l’ingiustizia,
l’indifferenza
e l’odio umano.

Singhiozza
per l’ipocrito amore
del bigottismo!

 

 

IL SIBILIO DEL FUOCO

Il fuoco danza
nel caminetto,
formando mille lucciole
di scintille
ed emettendo
un sibilio
gioioso e giocondo.

Narra ai fanciulli,
le storielle
dei suoi tempi remoti,
e la legna arde
e scoppietta
alla sua allegra fiamma.

Mentre
sulle alte vette
ammantate di neve
urla ed infuria
la tramontana.

 

DAVANTI AL PRESEPE

Immagino di trovarmi
davanti al Presepe
che d’innanzi
ai miei occhi
diventi vivente.

Con un tocco di fantasia
e di magia
mi trovo anch’io
ad adorare
il santo Bambino.

Sono a Betlemme
e vedo
un’infinita schiera
di pastori,
pastorelle,
gente d’ogni luogo
e di ogni ceto sociale,
ognuno porta
il suo dono
al piccolo Dio.

Io sono l’ultima
ed a stento
cammino
appoggiata
al deambulatore.

Tutti offrono
i loro doni.

Poi,
viene il mio turno
ed il Neonato
mi chiede:

“ E tu, cos’hai da darmi? ”

Mi guardo attorno
e rispondo:

“ Non ho nulla da offrirTi,
Signore.”

Lui mi sorride
e mi dice:

“ Dammi il tuo deambulatore…….
……..e cammina da sola! ”

 

MUSICA

E’ bella;
è soave la musica.

Ognuno l’ascolta,
l’ama, l’adora.

La melodia
l’ascoltano i giovani,
danzando sopra l’altare.

Quest’arte dei suoni e dei ritmi
l’amano le mormoranti onde
degli oceani,
specchianti ogni astro.

L’armonia della ninna nanna
la suona ogni cuore materno,
cullante il suo nato.

La musica
l’adorano
i fanciulli non vedenti,
rallegrandosi alle prime soavi note.

Talvolta
la stupenda sinfonia
pare universale,
poiché l’ode
tutto il creato.

Anch’io
Amo, adoro,
percepisco
l’arte dei suoni.

Io amo
la musica del mio computer
e della mia arte poetica,
che allorquando,
sono triste,
mi rincuora, mi riscalda,
donandomi
un’infinita gioia,
e m’induce
a sperare
pur contro
ogni speranza.

 

CANTO D’UNA CIECA, SORDA E MUTA

Ad Helen Keller

Il canto
di questa piccola
e grande donna
di terra lontana,
cieca, sorda e muta
è stato un canto gioioso
e la sua vista
è stata più splendente
di quella
d’una creatura normodotata,
perché essa
vedeva, discorreva
ed ascoltava
ogni gente,
con l’anima,
sorridendo
alla sua avversità
con il sole del cuore.

Desidero
che il suo esempio

resti immortale.

 

FAVOLETTA


Un giorno,
una raggiosa fanciulla
di zucchero,
di chissà quale mondo,
s’affacciò
alla finestra
della sua villetta
di crema.

Vide
un giovane principe
di cioccolato
accanto alla porta
della sua reggia
di marzapane.

Le mormorò:
“Quanto sei splendida.

Sei proprio la sposa
che sognavo!

Entrerai nel mio castello
ed impasteremo
tante prolettine
di zucchero,
di crema,
di cioccolato
e di marzapane.”

 

ALLA RICERCA DELLA FELICITA

Pensieri un’ex drogata

Desideravo scordare
la mia sfumata infanzia,
la mia triste adolescenza,
la disunita mia famiglia
e me ne andavo lontano
alla ricerca del mistero,
ignorando ciò che consiglia

la Legge della natura.

Non ascoltavo nessuno,
pensavo che il mondo
fosse amaro solo con me,
che tutti gioissero
più di me;
per questo vissi
con l’ipocrita eroina,
ma non trovai
felicità assoluta.

Fortunatamente,
una sera estiva
venni a contatto
con un’esile
ed indifesa creatura.

Mi disse:
“Sorella,
io ti amo.

Ti amo,
perché la vita è bella,
nonostante tutto.”

Io l’ascolta
per la prima volta,
e per la prima volta
risposi, non so come:

“ Anch’io ti amo.”

In quel prestigio istante
sentì splendere tutta
la verità e la felicità.

 

ESSERE SPASTICA

Essere spastica,
per me,
significa:
essere più intelligente,
più combattiva,
più sensibile,
più solare,
più volitiva
dei normodotati
seppur nella nostra
assoluta immobilità.

Vuol dire,
anche,
sapere più degli altri,
studiare più degli altri,
prevedere più degli altri,
acquisire e raggiungere
mete più elevate
delle cosiddette
e non speciali
persone normali.

 

DIALOGO PREMATERNO

Ad un’amica in trepida attesa

E’ qui,
dal profondo
nelle mie viscere,
si desta, si agita,
mi chiama,
dicendomi:

“Mamma,
perché m’hai concepito?

Nel mio languido ignoto
Vagavo felice.”

“Piccino,
è l’amore che t’ha dato la vita.

E’ bella la terra
coi fiori sui tappeti verdi;
i rami degli alberi
accarezzano il firmamento
ed il sole sorride beato.”

“Mamma,
ho paura,
il tuo mondo è triste.

Vi sono tanti dolori,
violenze,
uomini ingrati
malattie assassine,
droga che illude
i giovani.

Mamma,
è proprio necessario,
vedere la luce
del tuo pianeta?”

“Creatura dell’anima mia,
pure il Signore
volle venire al mondo,
soffrendo, amando,
sacrificando
la Sua vita, per tutti noi,
con il Suo immenso Amore.

Pargoletto del mio cuore,
non è il nostro egoismo
che ti volle,
ma l’amore.
l’appassionato, nobile
e puro amore
che ti sarà, sempre,
fedele compagno
e ti condurrà
verso le infinite bellezze
della seconda vita.

Sù, frugoletto mio,
vieni!

Sei atteso!”

 

PROFONDO PENTIMENTO

Lettera d’un ex drogato

Carissimi giovani,
vi amo e vi voglio
tutti vicini
al mio cuore
che tanto
ha sofferto.

Giovani,
vi scrivo
i pensieri del mio animo,
le mancate carezze
della mia infanzia
e della mia ribelle giovinezza,
i momenti d’incubi
tra la crudele droga
ed il dolore
dei miei cari,
(soltanto la notte
mi era compagna).

Ma desidero, pure,
descrivervi
i giorni di luce,
gli attimi di gioia
tra la sincera amicizia
e la sacra natura
che mi salvarono
con il loro amore
da quell’illusoria speranza.

Ora ho ripreso a vivere,
e per me;
ora tutto è adorabile.

Dialogo coi fiori,
con le farfalle,
col sole,
con la luna
e le minuscole stelle
che mi donarono
la forza leale
d’assaporare
il profondo pentimentoe d’andare
incontro alla vita
con una nuova mentalità.

QUANDO…..

Quando
il mio cuore sorride;
quando
il mio intelletto ode
la voce solare
dell’anima mia.

Per me,
è sempre primavera.

 

 

RESURREZIONE

E’ Pasqua!

Il mandorlo
è in fiore:
segno d’una luminosa
ed ineffabile primavera.

 

 

A CONTATTO COL DOLORE

Non sfuggiamo
alla sofferenza.

Non serve a nulla!

Se cerchiamo
di scappare
a lei,
lei si ribellerà
e si farà più aspra.

Colpendoci psichicamente.

Dobbiamo,
con rassegnazione,
tenderle la mano,
dicendole:
“siamo qui.”

Soltanto,
così,
il dolore s’addolcirà
e c’insegnerà
ad apprezzare
maggiormente
le piccole cose
che appartengono
all’esistenza.

In fondo alla vita
comprenderemo
che nessuno di noi
avrà sofferto invano.

Si sa,
non c’è vita
senza dolore
e non c’è dolore
senza lamento.

Il dolore
ha colpito,
pure,
a Cristo in croce.

Ed anche
Cristo in croce
Ha lanciato
il Suo lamento
come ogni uomo.

 

 

OTTOBRE

Faccio silenzio
attorno a me!

Osservo stupita
ciò che mi circonda.

La natura è di vario aspetto
in questo secondo mese
della terza stagione.

E’ ottobre:
semioscuro ed umido
è il mattino.

Nell’aria avverto
olezzo di funghi.

Di gocce sono colme
le spumose corolle
delle mie sfumate zinie.

Laggiù,
oltre lo spinoso cespuglio,
scorgo
l’arbusto del pungitopo
che lentamente
si rinverdisce
e minuscole gemme
ricoprono
i suoi esili rami.

 

 

SENTIAMO IL BISOGNO


Sentiamo il bisogno
di varcare
i confini del mondo
per conoscere l’ignoto,
ma ci rendiamo conto
di navigare in un mare
sprofondato nel silenzio
dove tutto è solo:
il cielo,
le nubi,
i pianeti.
Siamo navigatori
dell’universo,
crediamo d’avvistare
in lontananza
il punto più luminoso
d’un altro pianeta,
ma c’accorgiamo
che è, soltanto,
un’oasi
irraggiata
dal sole.

Allora sentiamo
che avremo,
sempre,
bisogno di sognare.

 

SENTIERO

Sentiero
ci conduci,
decisamente
con il destino,
dalla culla di trina
alla terra bruna.

 

STUPORE

Sono costernata
dalla luce mattutina
che mi desta
ogni giorno
con una nuova poesia.

Sono stupida
dal canto articolato
che esce dal mio cuore,
inducendomi a sentirmi
una creatura speciale,

viva e presente
in ogni circostanza,
nonostante la gravità
della mia disabilità
e dall’indifferenza
di tutti gli uomini.

 

SENSAZIONE


Mi sento
teneramente bene
allorquando
percepisco
che nel cuore
d’ogni persona amata
spuntano fiori
di serenità.

 

Al partigiano Franco Centro

Giovinetto,
ancor imberbe,
che la ferocia nazista
innalzò sull’altare
dei martiri
e degli eroi.

Tu eri il beniamino
dei tuoi compagni
combattenti
per la libertà
della Patria Italiana.

Un figlio eri;
un fratello,
un soldato fidato
per Lince:
tuo intrepido comandante
che trepidava,
sapendoti
in pericolo.

Ma tu detestavi
il riposo
e da animosa staffetta
oltrepassavi
le linee nemiche,
sempre pronto
a portare ordine;
a dar informazioni.

Non avvertivi la stanchezza,
ignoravi la sosta,
ed il tuo giovanile cuore
non conosceva la paura.

Molti dei tuoi compagni,
avvisati, da te,
scamparono d’agguati,
ruppero
il cerchio nemico,
ed a te dovettero
la vita.

Persino,
il tuo amato genitore,
arrestato dai nazisti,
fu da te libero,
nel momento
più inatteso.

Ma l’intensa
tua giovinezza
fu stroncata
nell’attimo più bello,
il tuo sacrificio
fu sublime:
vincesti le torture,
non ti domò il dolore
a chi ti voleste delatore.

Chiedesti
che ti fucilassero
con la stella di partigiano
sul cuore
e come d’incanto,
prima che la morte
ti celaste gli occhi,
una stella vera
t’apparve sul petto
che il tuo sangue disegnò
e si tinse di rosso.

Giacesti immobile
sulla neve febbraina
che avvolge
d’un tiepido calore
il tuo corpo
di valente coraggio.

 

IL CORVO INFURBITO

In una mattinata autunnale
la rossiccia volpe
vide fra i robusti rami
d’un castagno,
un corvo
che tra il becco
aveva un pezzo di formaggio.

Gli disse:
“Signor corvo,
mi parlano tutti bene
del tuo sonoro verso.

Desidero ascoltarlo anch’io.

Potresti farmelo sentire?”

Insospettito ed infurbito
il corvo rispose:

“Ti ringrazio del complimento,
signora volpe.

Ma so che il mio ridacchio
infastidisce tutta la gente.

Comunque,
prima mi gusto
il mio pezzo di formaggio.

E dopo….vedrò!”

Mi scuso con Esopo;
ma non concordo,
pienamente,
con la sua antica storiella.

 

 

COME UN BRADIPO

Ennesime sono
le mie difficoltà fisiche,
il mio linguaggio
è inarticolato,
il mio udito
è tarpato.

I miei movimenti
sono lenti ed inutili
come quelli d’un bradipo…..

…..Ma nel poetare
ho la velocità d’un fulmine
a ciel sereno!

 

 

LE STELLE E LA LUNA

Dissero in una tiepida
sera autunnale le stelle
alla luna:

“Noi siamo
i piccoli occhi della notte.

Illuminiamo i cuori
della giovane creazione.”

E la luna con gentilezza
ripose:

“Io sono
la vostra responsabile madre
che vigila voi
ed ogni creatura
del pianeta terra,
con particolare amore
ed attenzione.”

 

 

NON E’ VERO!

Non è vero
che ai pargoletti
dobbiamo sempre
insegnare.

Talvolta siamo
noi adulti
che dobbiamo
apprendere
dai piccoli.

E’ saggio
l’antico moto:

“In certi casi
l’alunno è migliore
del maestro.”

 

 

COMPUTER

Computer
sei il mio impareggiabile amico.

Sostituisci
ciò che manca
al mio cervello
ed alle mie capacità motorie.

Niuno meglio di te
mi conosce.

Ringrazio il tuo creatore!

 

 

CRISANTEMI

Crisantemi:
tristissima leggenda giapponese.

Sono i fiori del mero amore.

È la corolla spugnosa
del purissimo dolore.

Crisantemi!

 

 

L’ARTISTA

L’artista tramuta
i suoi pensieri
in mille aforismi,
disegni e sonetti.

Tinge la realtà d’arcobaleni,
marine, paesaggi
e monti ameni,
aurore ed occasi
in colori sognanti,
albe e sere in nuvole vaganti.

Rende immortale sé
e l’intera bellezza,
lasciando
al suo passare
rimembranze e stelle.

 

 

VALE?

Che senso ha
la vita umana
se poi
dichiara guerra?

 

 

IL PERO E L’UVA

Un giorno
il pero dialogò con l’uva,
dicendole:

“O, disgraziata,
tu perirai calpestata
dall’uomo.”

Con diplomazia
e gentilezza
l’uva rispose:

“E’ vero!

Ma dell’uomo,
sarò io più forte.

Gli farò girare la testa!”

Ed il pero tacque stupito.

 

AFORISMI

 

 

Tramonta il sole, ma non la speranza.

Io ho imparato a vivere con serenità, nonostante, il mio handicap fisico grave e disturbatore: morbo di Little.

Anche la natura stessa ci è maestra.

Talvolta mi sento stanca di lottare e di dare; ma avverto che non tardi arriverà il mio approdo, ed assaporerò anch’io la mia conquida

Anche nella propria malattia bisognerebbe essere solari ed amici di tutti: sia dei medici, sia dei pazienti; sia dei piccoli, dei grandi: Soltanto, così si riceve amore e si ritrova il coraggio di vivere.

Ogni giorno è una battaglia, ogni sera è una conquista. Questa è la vita!

Per Dio pure l’impossibile è possibile.

Sono molto assetata di cultura.

E’ meglio soffrire, ma essere consapevoli delle avversità vitali, piuttosto che vivere come degl’ignari individui.

Arrivare a Cristo è la sapienza massima d’ogni uomo.

La mia minorazione fisica inganna ogni ragione umana e medica, compresa me stessa.

Ogni menomazione fisica non c’entra nulla con l’intelligenza

Talvolta occorre avere parecchia coscienza per vincere le proprie malattie

Come sempre, nella vita, in certi casi, è bene anche rischiare.

E’ un dovere umano pensare a tutti.

Il medico può sperimentare molto; ma non può violare la natura, non può violare Dio!

L’amicizia sincera ci fa sentire tutti uguali ed uniti.

La vita è bella, nonostante tutto, perché è un immenso dono di Dio.

L’uomo non può opporsi al destino, può essere, però dominatore del destino stesso, ed addolcirlo

Non dubito che Dio esista; ma, se non esistesse, quale inganno si prenderebbe la nostra anima?

Ed io aggiungo che talvolta lo scoraggiarsi è umano: s’è scoraggiato pure Cristo sulla Croce

L’arcobaleno dipinge il firmamento di purezza, quando il creatore ritrova la pace in ogni cuore umano.

Alla Madre Celeste piace la gente umile di cuore, e con loro soffre e prega

Sulla terra non c’è semplicità ed umiltà più pura di quella dei pargoli.

Non sono i piccini che devono entrare nel mondo dei grandi; ma siamo noi, adulti, che dovremmo esplorare il loro piccolo globo, per apprendere un poco, della loro innocenza e della loro purezza

Cristo si rinnova in ogni creatura che nasce, che vive, che soffre ed infine che muore.

Nella vita, la letteratura ci spalanca la mente e ci è ottima compagna

Ricordare, con esattezza, il proprio passato è un vantaggio: significa vivere meglio il presente e prepararsi all’incontro con il futuro.

Cantiamo all’Onnipresente le meraviglie della vita. Tutto è stato fatto tramite Lui, con il Suo immenso Amore, per noi, Sue creature

Ed io penso che il servizio, oltre ad essere gioia, può diventare pure preghiera.

Il Bene, anche a stento, non si sottometterà mai al Male.

La vita degli uomini privi di fede sarebbe come un interminabile abisso.

Dopo ad ogni procella ritorna sempre la speranza

La vita nel grembo materno dura, circa, nove mesi; quella terrena, anche di più di cent’anni; quella eterna non finisce mai

Al termine dell’esistenza terrena, rivivremo una terza vita, sotto un altro aspetto, sotto un’altra dimensione. Sarà quella eterna, quella dell’anima.

Colui che dice d’amare Dio senza pensare al prossimo, finisce con l’amare solo sé stesso

Il dolore è un mistero inespugnabile, noi, uomini, non ne sappiamo nulla.

Sofferenza non significa essere incatenati da un destino crudele; ma solo docili creature nelle mani del Padre

Dio ci ha donato la vita terrena, perché, noi possiamo conoscere il Suo messaggio e metterLo in pratica; e quando di chiama alla Vita Celeste è perché non abbiamo più nulla da offriGli.

Il mestiere di Dio? E’ amare e perdonare il mondo intero!

Con le armi non si conquista nulla. Con la pace si otterrebbe anche l’impensabile; purtroppo la realtà si presenta tutta nel lato opposto

In ogni favola, romanzo e poesia per quanto immaginaria possa sembrare, vi è sempre un pizzico

di realtà della vita dell’autore stesso.

Bisognerebbe essere sempre umili, anche con la più ampia e profonda cultura

Mi auguro che il mio animo porti sempre con sé la primavera, anche nel pieno dell’inverno, anche quando il cielo è tutto coperto di cirri.


L’ esistenza ci può negare tutto; ma non può impedirci di amare!

Dirimpetto al Creatore, siamo tutti uguali, nessuno è diverso; e diamo a Lui, tutti in ugual misura.

Amare il prossimo non significa annullare noi stessi; ma entrare dentro di lui, leggergli il cuore e comprenderlo, pure nelle piccole e grandi cose dove noi non siamo stati compresi.

Credo, fermamente, in Dio, alla Sua potenza creatrice, e nell’uomo ed alla sua intelligenza universale.

Ogni cosa ha un nome, ed ad ogni nome nasce nella mentalità umana un nuovo pensiero.


 
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ultimo aggiornamento di questa pagina: 6 February, 2011

silvana pagella