FIBROMI
UTERINI apri
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Il
fibroma, o fibroleiomioma, è un tumore benigno che origina dal
tessuto muscolare uterino. E’ uno dei più comuni tumori dell’intero
organismo: studi clinici segnalano un’incidenza del 25-30% nella
popolazione femminile in età fertile, con ricorrenza maggiore dopo
i quarant’anni e nelle donne di colore.
1.1
EZIOLOGIA
L’eziologia di questa lesione è sconosciuta: le teorie più
accreditate sono quella endocrina, e quella genetica.
Secondo la prima alla base del fibromioma vi sarebbe uno squilibrio endocrino
di tipo iperestrogenico; l’elevato tasso di estrogeni (all’interno
del mioma c’è un numero di recettori per l’estradiolo
superiore a quello del miometrio circostante) determinerebbe un aumento
della moltiplicazione cellulare favorendo, così, l’insorgenza
e lo sviluppo della lesione tumorale stessa. Questa ipotesi è supportata
dall’osservazione di un rapido accrescimento di fibromi in gravidanza
o in perimenopausa, dell’ azione frenante esercitata dagli analoghi
del GnRH e dal progesterone, e della frequente associazione con l’iperplasia
endometriale.
La seconda teoria attribuisce un ruolo importante alla predisposizione
genetica.
Circa il 50% dei miomi è citogeneticamente anormale; si tratta
di tumori monoclonali che derivano da una mutazione somatica in un miocita
progenitore.
Le più frequenti anomalie cromosomiche sono le traslocazioni tra
i bracci lunghi dei cromosomi 12 e 14 (nel 20% dei casi) e le delezioni
sul braccio lungo del cromosoma 7 (15% dei casi).
Il volume e la sede dei tumori sembrano essere in relazione al tipo e
alla frequenza delle anomalie cromosomiche presenti nel tumore stesso.
Il diametro medio rilevato in caso di traslocazione è di 4.1 cm,
mentre in caso di delezione è 10.8 cm.
Poiché ciascun fibroma deriva da una unica e indipendente mutazione
in una cellula progenitrice, il rischio di recidiva dopo miomectomia per
fibroma solitario è basso, mentre è elevato in caso di fibromi
multipli, probabilmente per una predisposizione genetica.
I miomi sottomucosi sembrano avere meno anomalie citogenetiche (12%) rispetto
agli intramurali (35%) o ai sottosierosi (29%).
1.2
CLASSIFICAZIONE
I fibromiomi nel 95% dei casi si localizzano a livello del corpo uterino.
In base alla sede possono essere:
- intramurali: si sviluppano nel miometrio e possono modificare la forma
dell’utero;
- sottosierosi: si sviluppano sotto la sierosa peritoneale, e possono
essere sessili o peduncolati;
- sottomucosi: si sviluppano al di sotto dell’endometrio, possono
sporgere nella cavità uterina, e possono presentarsi in forma sessile
o peduncolata;
- infraligamentari: si sviluppano tra le pagine del legamento largo.
Un fibroma intramurale di grandi dimensioni può risultare parzialmente
sottosieroso o sottomucoso.
I fibromi sottosierosi e sottomucosi che sporgono dall’utero rimanendo
collegati attraverso uno stretto istmo sono quelli definiti peduncolati
e sono spesso associati ad un rischio di torsione. In presenza di fibromi
multipli l’utero viene definito polifibromatoso.
1.3 ANATOMIA PATOLOGICA
Macroscopicamente il fibromioma si presenta in forma nodulare, con uno
o più noduli di volume e forma variabili. Dal punto di vista microscopico
si nota la presenza di fibrocellule muscolari lisce, con un caratteristico
andamento a spirale.
A seconda della quantità delle fibre collagene e muscolari si può
avere il fibromioma, se prevale la componente fibrosa, e il leiomioma,
se prevale la componente muscolare.
La componente vascolare è in genere più abbondante alla
periferia che al centro dove invece sono frequenti i fenomeni necrotici.
1.4
CLINICA
Nel 50-70% dei casi il fibroma è asintomatico e viene messo in
evidenza occasionalmente durante una visita ginecologica o durante un’ecografia.
Negli altri casi la sintomatologia è tipo funzionale e/o organica.
Gli episodi menometrorragici sono più importanti in caso di noduli
sottomucosi anche di piccole dimensioni, e se ripetuti possono causare
anche gravi quadri anemici. Sembra che il ruolo predominante nella produzione
delle alterazioni mestruali sia dovuto all’ectasia venosa endometriale
per l’ostruzione da parte dei noduli.
La leucorrea può essere particolarmente accentuata per l’aumento
della secrezione delle ghiandole cervicali a causa della congestione uterina
dovuta al fibroma.
Particolare attenzione è stata posta tra la fibromatosi uterina
e la infertilità. Quando il fibroma si localizza a livello degli
angoli tubarici (per cui si ha un ostacolo alla discesa dell’embrione
nella cavità uterina per alterazione della contrattilità
tubarica) può essere causa di anomalo o mancato annidamento. I
fibromi da soli sono causa di infertilità in non più del
10% dei casi e spesso sono solo una causa associata.
Una ulteriore spiegazione plausibile sembra essere che la congestione
vascolare e la distorsione cavitaria, creata dai fibromi sottomucosi,
siano causa di un’alterazione dell’ambiente endometriale tale
da ostacolare l’annidamento. Il fibroma può inoltre causare:
aborto, parto prematuro, placenta previa, distacco intempestivo di placenta,
anomalie di presentazione del feto, ostruzione all’ingresso pelvico.
I sintomi sono in rapporto con il volume e la sede del fibroma e sono
rappresentati più frequentemente da senso gravativo a livello addominale
e talvolta da dolore.
Il dolore è usualmente attribuibile piuttosto a malattie pelviche
concomitanti come salpingiti, endometriosi, diverticolosi.
I fibromi sottomucosi, se peduncolati, possono provocare delle contrazioni
da parte dell’utero che cerca di espellerli come se fossero un corpo
estraneo.
Quando i fibromi sono particolarmente voluminosi si può avere dolore
per la compressione esercitata sugli organi vicini; in caso di compressione
della vescica si hanno disturbi della minzione tipo pollachiuria e/o ritenzione
urinaria.
Quando sono compressi gli ureteri si può avere idronefrosi; mentre
la compressione esercitata sui nervi e sui vasi pelvici può determinare
dolore di tipo sciatico ed edemi agli arti inferiori.
I fibromi che sviluppano nella parte posteriore dell’utero, possono
causare stipsi comprimendo l’ampolla rettale.
1.5
EVOLUZIONE
Il
fibroma può andare incontro ad alterazioni dovute al deficit di
vascolarizzazione che si ha soprattutto nella parte centrale.
Queste alterazioni sono:
- degenerazione ialina: che può interessare solo alcune zone o
tutto il fibroma;
- degenerazione adiposa: spesso secondaria alla degenerazione ialina;
- degenerazione cistica: caratterizzata dalla formazione di cisti dovute
alla colliquazione di materiale necrotico, in genere preceduta da una
fase degenerativa ialina;
- calcificazione: per deposizione di sali di calcio all’interno
del fibroma;
- degenerazione sarcomatosa: è una rarissima complicanza dei fibromi,
si verificherebbe in meno dello 0,1% di quelli lasciati in sede per lungo
tempo.
1.6
COMPLICANZE
Le
complicanze acute sono rappresentate:
a) infiltrazione emorragica e necrosi dovute ad alterazioni della vascolarizzazione,
si possono osservare cisti a contenuto siero-ematico o aree di necrosi.
Le pazienti accusano dolore a livello della pelvi, ipertermia e peritonismo;
b) torsione del peduncolo, la quale provoca ischemia e necrosi per compressione
dei vasi. In questi casi il dolore è molto accentuato ed è
accompagnato da peritonismo e, in caso di fibromi sottomucosi, da contrazioni
uterine;
c) talvolta, in presenza di fibroma sottomucoso peduncolato, le contrazioni
sono tanto violente da provocare l’inversione uterina (rarissima
ma temibile complicanza).
1.7
DIAGNOSI
Non
essendo nessuno dei sintomi del fibroma patognomonico, è importante
per prima cosa determinare che esso sia l’effettiva causa dei segni
e sintomi riferiti.
La diagnosi si basa sui segni clinici e sull’esame obiettivo ginecologico
(vaginale e rettale) che permette di valutare l’aumento di volume
dell’utero, il grado di mobilità e l’eventuale sede
del nodulo fibromiomatoso.
La diagnostica per immagini consente una precisa determinazione della
sede e del numero dei fibromi. L’ecografia di solito fornisce tutte
le informazioni necessarie alla pianificazione terapeutica, ma la RM rappresenta
una utile integrazione in casi selezionati.
Indipendentemente dalla tecnica di imaging utilizzata, il volume sia dell’utero
che del fibroma viene calcolato con la formula descritta da Orsini et
al. LxDxWx0.5233.
L’ecografia endovaginale oltre alla determinazione della sede e
del volume del fibroma, fornisce, quando integrata da un esame ecocolorDoppler,
informazioni sulle caratteristiche e sul grado di vascolarizzazione dello
stesso.
La RM, sebbene più costosa dell’esame ecografico è
più sensibile e meno operatore dipendente, ed è molto precisa
sia nella localizzazione dei fibromi sia nella identificazione di quelli
peduncolati. Permette, inoltre, la diagnosi e lo studio di altre patologie
pelviche associate, come l’adenomiosi, potenzialmente in grado di
alterare le strategie di trattamento e di aumentare il rischio operatorio
(Spies et al., 2001a).
La diagnostica per immagini, quindi, risulta indispensabile per la conferma
di diagnosi e per selezionare la strategia terapeutica più idonea
e maggiormente efficace.
1.8
TERAPIA FARMACOLOGICA
Il
trattamento dei fibromi uterini viene in genere suggerito solo se sintomatici.
La terapia medica attuabile nei casi di fibromi di piccole dimensioni,
intramurali o sottosierosi, prevede la somministrazione di progestinici
per cercare di controllare i fenomeni menometrorragici, attraverso una
progressiva atrofia endometriale, e di GnRH agonisti per indurre una ovariectomia
farmacologia con conseguente sensibile riduzione del volume dei noduli.
Dal momento che la terapia ormonale protratta ha notevoli effetti collaterali
come osteoporosi, sintomi menopausali e amenorrea, questi agenti sono
correntemente usati prima della terapia chirurgica come misura temporanea
in donne in fase perimenopausale o come un metodo per ridurre il volume
del tumore prima della chirurgia (Goodwin et al., 1999).
1.9
TERAPIA CHIRURGICA: miomectomia e isterectomia
Oltre
al trattamento farmacologico, i cui effetti non sono costanti e possono
essere temporanei, esistono trattamenti chirurgici conservativi. Un esempio
è dato dalla miomectomia. Questa tecnica è utilizzabile
nei casi in cui le lesioni non siano troppo numerose, troppo grandi, o
in posizioni sfavorevoli, è basata sull’asportazione del
nodo o dei noduli, e in genere viene effettuata in laparotomia.
In caso di piccoli noduli sottosierosi è preferibile la laparoscopia
operativa, se invece sono sottomucosi e peduncolati l’asportazione
viene effettuata in isteroscopia.
Ci sono pochi rischi legati a tale procedura; uno dei maggiori riguarda
il sanguinamento post-chirurgico che può talvolta esitare in isterectomia.
Aderenze e rotture uterine in gravidanza sono rischi segnalati seppure
con una frequenza molto bassa.
In circa il 50% dei casi vengono descritte recidive a 5 anni, con necessità
di un correttivo con procedure più invasive nel 2-8%.
Quando tutto l’utero è fibromiomatoso o il numero dei noduli
è tale da non consentirne l’enucleazione si ricorre all’isterectomia
totale.
Pertanto, la presenza di fibromi sintomatici di grosse dimensioni o troppo
numerosi rimane la principale indicazione per questo trattamento; una
tecnica chirurgica radicale che prevede l’asportazione dell’utero.
In genere l’isterectomia trova indicazione se la paziente ha più
di 40 anni e se non desidera più avere figli.
La complicanza post-operatoria più comune dell’isterectomia
è una parziale denervazione del destrursore della vescica, che
porta ad una disfunzione urinaria.
Alterazioni delle funzioni intestinali sono state descritte in quasi il
41% dei pazienti trattati.
Complicanze più rare sono invece rappresentate dall’indebolimento
del pavimento pelvico che può provocare un prolasso vaginale, e
da fistole vescico-vaginali riferite in circa il 3% dei pazienti. La mortalità
è dello 0.6%, e il rischio di embolia polmonare è dell’1-2%.
E’ bene infine sottolineare che la maggior parte delle pazienti
vive con senso di dispiacere l’esito dell’isterectomia. La
maggior parte di loro infatti si descrive, dopo l’intervento, come
“donna a metà”, o “desessualizzata”, ed
inoltre è stato ben documentato un deterioramento delle loro funzioni
sessuali (Jeremy et al., 2001).
EMBOLIZZAZIONE
ARTERIOSA apri
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L’embolizzazione
arteriosa è una metodica radiologica di recente introduzione che,
in casi opportunamente selezionati, rappresenta una valida alternativa
all’isterectomia o alla miomectomia.
E’ stata descritta per la prima volta nel 1991 da J. Ravina e coll.
che, dopo averla eseguita in pazienti con fibroma uterino prima dell’isterectomia,
ne verificarono l’efficacia come alternativa alla chirurgia stessa.
Tale procedura era stata utilizzata in precedenza esclusivamente nel trattamento
di emorragie ostetriche (la prima segnalazione risale al 1979), senza
evidenti sequele sulla fertilità.
Successivamente diversi autori hanno adottato questa tecnica per il trattamento
dei soli fibromi sintomatici.
J. Spies, in uno studio iniziato nel luglio 1997 e conclusosi nel dicembre
1999, ha trattato con l’embolizzazione arteriosa donne con fibromi
uterini i cui sintomi erano: forti perdite ematiche, dolore pelvico, senso
di pressione addominale, pollachiuria, nicturia, stranguria o altri sintomi
causati dalla compressione della vescica, e degli ureteri (idronefrosi).
In tale studio non sono state prese in considerazione per il trattamento
embolizzante donne il cui unico sintomo era rappresentato dall’infertilità,
donne che volevano conservare la loro fertilità e il cui tumore
poteva essere escisso con intervento di miomectomia e infine pazienti
il cui utero aveva dimensioni maggiori ad un utero alla 24ª settimana
di gravidanza (Spies et al, 2001a).
J. Walker in uno studio analogo, condotto dal dicembre 1996 al febbraio
2001, ha sottoposto ad embolizzazione 400 pazienti con fibromi sintomatici.
In questo studio la gestione delle pazienti desiderose di prole, condotta
di comune accordo con i ginecologi, ha previsto l’embolizzazione
solo se l’opzione chirurgica alternativa era rappresentata da una
miomectomia multipla dei fibromi o dall’isterectomia (Walker &
Pelage, 2002).
Inoltre da altri studi è emerso il notevole gradimento verso il
trattamento embolizzante soprattutto da parte delle pazienti più
giovani, dal momento che alla possibilità di mantenere la loro
fertilità si associa la mancata esecuzione di intervento di chirurgia
maggiore (Pron et al., 2003).
2.1 CARATTERISTICHE DELL’INTERVENTO
L’embolizzazione
prevede un accesso arterioso periferico e l’iniezione di particelle
embolizzanti nelle arterie uterine. Di solito è sufficiente un
accesso arterioso femorale attraverso il quale si raggiunge l’arteria
iliaca interna e quindi l’arteria uterina di entrambi i lati; è
infatti necessaria l’embolizzazione di entrambi i vasi dato che
la vascolarizzazione dei fibromi nella maggior parte dei casi dipende
da entrambe le arterie uterine. (Pelage et al., 1999).
Alcuni dati sono a favore dell’approccio femorale bilaterale poichè
riduce il tempo di esposizione alle radiazioni e la durata dell’intervento
(Spies et al., 1999).
J. Pelage suggerisce che l’embolizzazione sia preceduta da un esame
angiografico del distretto aorto-iliaco per poter escludere varianti anatomiche
vascolari, identificare arterie vaginali o ipogastriche accessorie e per
poter individuare anastomosi utero-ovariche al fine di evitare sia insuccessi
della procedura sia possibili complicanze (Pelage et al., 1999).
L’embolizzazione sfrutta la componente vascolare del tumore che
rispetto al miometrio sano presenta un flusso ematico aumentato.
Giunti all’interno del sistema arterioso l’estremità
distale del catetere viene posizionata nel tratto di arteria uterina a
valle del ramo cervico-vaginale.
La maggior parte dei gruppi usa cateteri 5F con microcateteri coassiali
(2.7-3 F), ma viene anche descritto il trattamento embolizzante eseguito
direttamente attraverso cateteri angiografici 4F (Goodwin et al., 1999;
Goodwin et al., 1997; Worthington et al., 1998; Hutchins et al., 1999;
Pelage et al., 2003).
Tra i diversi agenti embolizzanti utilizzati l’esperienza con le
particelle di PVA (polivinilacol) è maggiore. Di recente sono state
commercializzate e di conseguenza utilizzate in tale procedura le Embosfere
(microsfere acriliche impregnate di gelatina di derivazione animale).
A tale proposito è bene osservare che così come per il materiale
anche per le dimensioni delle particelle embolizzanti non esiste un comportamento
univoco da parte dei diversi autori. Infatti successi terapeutici sono
stati ottenuti con particelle che vanno da 150 a 900 micron (Aziz et al.,
1998; Siskin et al., 2000b; Pelage et al., 2002; Worthington et al., 2001).
Dai dati della letteratura si evince che le particelle di piccole dimensioni
favoriscono regressioni volumetriche più marcate del fibroma, ma
al contempo aumentano il rischio di complicanze ischemiche delle ovaie,
della cervice o del miometrio sano (Siskin et al., 2000b; Abulafia et
al., 1999). Inoltre studi sperimentali di comparazione tra PVA ed Embosfere
eseguiti su animale hanno suggerito che l’embolizzazione con PVA
provoca più facilmente necrosi uterine massive e occlusioni complete
delle arterie uterine indipendentemente dalla taglia delle particelle.
Le microsfere sono invece associate a necrosi meno importanti, ed il calibro
del vaso occluso dipende strettamente dalla taglia delle particelle usate
(Pelage et al., 2002).
La procedura viene considerata ultimata quando la vascolarizzazione tumorale
è completamente occlusa, pur conservando una pervietà minima
dell’arteria uterina (Goodwin et al., 1997; Worthington et al.,
1998; Pelage et al., 2003; Spies et al., 2001b).
E’ importante, per i pazienti che fanno terapia con GnRH o agonisti
di tale ormone per i sintomi associati al fibroma, che la terapia sia
sospesa per almeno 8-12 settimane prima dell’intervento dato che
tale terapia può provocare costrizione dell’arteria uterina,
rendendo di fatto impossibile l’embolizzazione del vaso (Jeremy
et al., 2001).
2.2
AGENTI EMBOLIZZANTI
I più comuni agenti embolizzanti sono rappresentati da particelle
di alcool polivinilico (PVA), e da Embosfere (MS) prodotte da polimeri
acrilici impregnate in gelatina porcina. Sono anche riportate esperienze
con particelle di spugna di gelatina, particelle di destrano ed associazioni
di vari materiali embolizzanti comprese spirali metalliche.
Per il PVA il meccanismo d’azione prevede una occlusione parziale
del vaso embolizzato a cui segue un processo trombotico che provoca un
blocco completo della circolazione.
In genere si ottiene una occlusione completa dell’arteria uterina,
la quale inizialmente determina edema tissutale, poi dà necrosi
del fibroma e infine si verifica la sostituzione del tessuto tumorale
con tessuto di cicatrizzazione fibroso e ialino.
La ricanalizzazione del vaso in genere si osserva dopo diversi mesi o
anni dall’intervento, e può riconoscere diversi meccanismi
come la migrazione delle particelle embolizzanti, la frammentazione, o
il riassorbimento del trombo (Siskin et al., 2000b).
Le microsfere, da quanto riportato in studi clinici e sperimentali condotti
su pecore, possono essere calibrate con maggiore precisione rispetto al
diametro del vaso, non aggregano in modo significativo, e rimangono in
soluzione più a lungo degli altri agenti embolizzanti. Il plesso
attorno al tumore sembra essere il target delle microsfere.
I risultati preliminari con l’uso di microsfere di grandi dimensioni
(500-900 micron), che determinano la parziale occlusione delle arterie
uterine, indicano successi simili a quelli con l’utilizzo di PVA
con bassi tassi di sindromi post-embolizzazione (nausea, vomito, febbre).
(Pelage et al., 2002).
La spugna di gelatina è un agente riassorbibile con capacità
emostatiche. Il suo utilizzo, di regola molto limitato, è stato
proposto per pazienti che volevano conservare lo loro fertilità
dato che l’embolizzazione può essere temporanea.
2.3
GESTIONE DEL DOLORE POST-EMBOLIZZAZIONE
L’intervento
è caratterizzato dalla comparsa di dolore. Il suo controllo è
un problema di cruciale importanza. Tipicamente esso aumenta dopo circa
due ore dalla procedura e può essere accompagnato a febbre, nausea
e malessere generale (sindrome post-embolizzazione) che si possono presentare
fino ad una settimana dall’intervento.
In letteratura sono riportati vari protocolli di trattamento del dolore
post-embolizzazione. Ryan et al. hanno descritto un modo semplice per
il suo controllo (peri e post-procedurale) effettuando prima, durante,
e dopo la procedura una iniezione endovenosa di analgesici con pompa ad
infusione e con la possibilità di una dose aggiuntiva se la situazione
lo richiedeva (Ryan et al., 2002) L’esperienza di Siskin et al.
ha dimostrato che l’uso di FANS può aiutare a ridurre la
dose degli analgesici garantendo comunque un buon controllo del dolore
durante il ricovero (Siskin et al., 2002).
Keyoung et al. hanno riscontrato che la somministrazione intraarteriosa
di lidocaina per il controllo del dolore post-embolizzazione produceva
vasospasmo senza nessun vantaggio sulla gestione della sintomatologia
(Keyoung et al., 2001)
Inoltre è importante notare che il dolore post-procedurale non
può essere predetto in base al volume del fibroma o dell’utero
e la severità del dolore non è in alcun modo correlata ai
risultati dell’intervento (Roth et al., 2000). Tuttavia alcuni ritengono
che l’assenza del dolore sia il segno di una insufficiente ischemia
del miometrio ed indichi pertanto un insuccesso del trattamento stesso
(Nikolic et al., 1999).
2.4
ESPOSIZIONE ALLE RADIAZIONI
L’esposizione alle radiazioni durante UAE (embolizzazione delle
arterie uterine) è un parametro che va attentamente valutato se
si considera la età media delle pazienti sottoposte a trattamento
(pre-menopausale).
A prescindere da dall’età, dal sesso, o dallo stato di fertilità,
le gonadi sono tra gli organi più radiosensibili, e durante UAE
sono continuamente sottoposte a radiazioni. Pertanto sono necessari un
operatore esperto, un’ottima conoscenza del target anatomico dell’intervento,
un’appropriata scelta dell’agente embolizzante, e un’adeguata
esperienza nell’iniezione delle particelle embolizzanti al fine
di ridurre al minimo l’esposizione delle pazienti alle radiazioni.
Hart ha calcolato che l’esposizione media alle radiazioni è
di 11.3 mSv, dose che è paragonabile a un quella necessaria per
un clisma con bario [11 mSv] o un esame TC addome e/o pelvi [3.9-20 mSv]
(Hart et al., 1994).
L’esposizione può essere ovviamente ridotta limitando sia
il tempo di fluoroscopia che il numero di sequenze agiografiche diagnostiche
eseguite nel corso della procedura. Utilizzando la fluoroscopia continua,
con un tempo medio di esposizione pari a 22 minuti ed un numero medio
di 44 esposizioni angiografiche, Nikolic et al. hanno calcolato una dose
media assorbita dalle gonadi di 22.34 cGy a fronte di quella calcolata
per la cute che è di circa 162.32 cGy. Delle notevole riduzione
di tali valori sono state registrate con l’introduzione della fluoroscopia
pulsata (Nikolic et al., 2000).
Ad oggi non sono note le dosi responsabili di danni permanenti alle gonadi
e della conseguente amenorrea. Tali effetti avversi sono regolarmente
riportati in donne sottoposte a terapia radiante per linfomi di Hodgkin
nella regione pelvica. In base alle conoscenze attuali sono comunque improbabili
alterazioni a livello cutaneo o danni genetici se vengono utilizzate attrezzature
idonee e tecniche adatte.
2.5
EMBOLIZZAZIONE DELLA ARTERIA UTERINA E EMBOLIZZAZIONE DEL FIBROMA UTERINO
A
seconda dell’agente embolizzante utilizzato si è registrata
nel tempo una variazione significativa dell’end-point dell’embolizzazione
delle arterie uterine.
Le prime esperienze descritte in letteratura prevedevano l’interruzione
della embolizzazione al raggiungimento della completa occlusione dell’arteria
uterina, che provocava l’arresto del flusso a valle della punta
del catetere e un iniziale reflusso del mezzo di contrasto lungo il tratto
prossimale dell’arteria stessa. Oggi si considera conclusa la procedura
alla scomparsa della ipervascolarizzazione del fibroma, che determina
un impoverimento significativo dei rami terminali dell’arteria uterina.
A ciò consegue un quadro angiografico finale definito “ad
albero potato”. Da esami TC o RM effettuati periodicamente dopo
il trattamento embolizzante con PVA, Pelage et al. hanno notato una temporanea
ischemia del miometrio. Pertanto sembra ragionevole attribuire i sintomi
avvertiti dalle pazienti nel periodo post-procedurale più all’ischemia
del miometrio che ad un deficit vascolare della lesione tumorale.
Alcuni autori hanno osservato che in seguito all’utilizzo di particelle
di piccole dimensioni (sono riportate solo esperienze con PVA) si possono
verificare, a causa del reflusso delle stesse attraverso le anastomosi
utero-ovariche, danni ischemici alle ovaie, con conseguente amenorrea.
Danni ischemici possono anche verificarsi a carico della cervice e della
vagina se non viene risparmiata l’arteria cervico-vaginale. Possono
conseguire serie disfunzioni sessuali (Jeremy et al., 2001).
Sempre da studi condotti da Pelage et al., si osserva che quando sono
impiegate particelle microsferiche calibrate (Embosfere) è più
agevole raggiungere l’end-point corretto, con una occlusione dei
rami dell’arteria uterina che nutrono il fibroma (scomparsa dell’ipervascolarizzazione
del fibroma), un rallentamento del flusso nell’arteria uterina e
la pervietà del flusso nelle arterie cervico-vaginale e tubo-ovarica.
Tale procedura (anche chiamata “embolizzazione del fibroma uterino”)
evita problemi relativi ai diffusi fenomeni ischemici delle ovaie, della
cervice, della vagina, e riduce al minimo il dolore post-embolizzazione.
La corrispondente immagine angiografica viene comunemente definita: “pruned
tree” o “albero potato”.
Microsfere minori di 500 micron non sono usualmente impiegate, perché
diffondono più facilmente e in modo non selettivo nei tessuti limitrofi
sani rispetto al PVA di calibro corrispondente.
Il centro del tumore, come si è detto, è in genere ipovascolarizzato
e rifornito da rami arteriosi che misurano meno di 500 micron; il plesso
vascolare peritumorale, invece, è composto da arterie di diametro
compreso fra 500 e 900 micron.
E’ stato osservato che le embosfere di piccole dimensioni si localizzano
più distalmente rispetto a quelle di dimensioni maggiori, mentre
le dimensioni delle particelle di PVA non hanno alcuna relazione con il
calibro dei vasi embolizzanti. In ogni caso particelle di piccole dimensioni,
siano esse PVA o embosfere, sono più frequentemente associate a
necrosi uterine maggiori rispetto a particelle di dimensioni più
grandi (Pelage et al., 2002).
In conclusione si può asserire che il bersaglio esclusivo dell’embolizzazione
dovrebbe essere la rete arteriosa peritumorale, in modo da assicurare
una perfusione normale nel miometrio sano; e che la tecnica ideale di
embolizzazione dovrebbe consentire una diminuzione del volume del fibroma
senza causare effetti avversi al miometrio, all’endometrio, o danni
ischemici all’ovaio.
2.6
RISULTATI
Il
tasso di successo dell’intervento si pone tra l’85% e il 100%.
I parametri che testimoniano il successo della UAE (Embolizzazione dell’Arteria
Uterina) sono la diminuzione del volume della lesione tumorale, la scomparsa
o la riduzione dei sintomi e il senso di soddisfazione espresso dalle
pazienti (Pinto et al., 2003; Ravina et al., 1995). Durante i primi sei
mesi il tumore riduce il suo volume per una percentuale massima; nei successivi
sei mesi si nota una ulteriore diminuzione della sua taglia, ma ben più
modesta. Si osserva in genere una riduzione del 43-58% del volume dell’utero
e una diminuzione del 42-83% del fibroma. I sintomi (menometrorragia,
pollachiuria e senso gravativo pelvico) migliorano nel 75% dei casi (Pron
et al., 2003b; Brunereau et al., 2000; Spie et al., 2001b; Siskin et al.,
2000a).
L’amenorrea dopo il trattamento è correlata strettamente
all’età, attestandosi sul 3% in donne sotto i 40 anni e raggiungendo
il 41% in donne che avevano superato i 50 anni (Pron et al., 2003b).
Per le pazienti sottoposte ad UAE sono riportati tempi di ospedalizzazione
(1.71 giorni) meno lunghi rispetto alle pazienti sottoposte ad isterectomia
(5.85 giorni), con ripresa delle normali attività quotidiane in
media dopo 9.5 giorni rispetto ai 36.18 delle pazienti isterectomizzate
(Pinto et al., 2003).
Michael et al. ha condotto uno studio su 97 pazienti, 59 pazienti sottoposte
a embolizzazione e 38 a miomectomia, mettendo a confronto i risultati
ottenuti con le due tecniche. Dall’osservazione delle pazienti per
un periodo di oltre tre anni, si è notato che le donne sottoposte
ad embolizzazione sono state più soggette a reinterventi (isterectomia,
miomectomia o nuova embolizzazione) rispetto alle pazienti miomectomizzate,
ma che tra le pazienti sottoposte ad UAE, che non hanno necessitato di
un nuovo trattamento, il miglioramento sintomatologico è assolutamente
sovrapponibile a quello delle pazienti miomectomizzate. Le pazienti miomectomizzate,
per le quali è stato necessario un nuovo intervento, sono state
il 3% delle pazienti totali contro il 29% delle pazienti sottoposte ad
trattamento embolizzante (Micheael et al., 2002).
I risultati suggeriscono comunque che l’embolizzazione arteriosa
è un trattamento efficace e sicuro (Pinto et al., 2003).
I criteri di efficacia tengono conto della lunghezza del ricovero, la
frequenza di riammissioni in ospedale e di emergenze. I criteri di sicurezza
dei trattamenti tengono conto delle complicanze derivanti dal trattamento,
il tempo necessario perché i pazienti riprendano le attività
quotidiane, e l’atteggiamento favorevole ad affrontare lo stesso
intervento o di consigliarlo ad altre pazienti.
2.7 GRAVIDANZA E UAE
Ancora
oggi è dibattuta la questione relativa alle donne che vogliono
conservare la loro fertilità dopo il trattamento embolizzante.
Sono disponibili solo pochi dati in merito, tuttavia diversi studi hanno
dimostrato che sono possibili gravidanze a termine dopo UAE (Stancato
et al., 1997; Ravina et al., 2000; McLucas et al., 2001; Vashisht et al.,
2001).
Una recente metanalisi condotta da Goldberg et al. mostra 32 gravidanze
in donne sottoposte a UAE per fibromi sintomatici. In questo studio si
nota un tasso del 32% (10-15%) di aborti, un 22% (5%) di presentazioni
anomale, un 9% (10%) di SGA, un 22% (5-10%) di nascite premature, un 9%
(4-6%) di emorragie post-partum, e infine un tasso pari al 65% (22%) di
parti con taglio cesareo [in parentesi i tassi relativi alla popolazione
generale] (Goldberg et al., 2002).
Oggi, data la mancanza di risultati certi sugli effetti di tale trattamento
sulla fertilità, si preferisce riservare questa procedura a donne
candidate all’isterectomia, a pazienti non desiderose di gravidanza
e a pazienti che non possono eseguire un trattamento di miomectomia.
Diverse sono le cause che possono determinare infertilità nelle
pazienti sottoposte a UAE.
Il meccanismo che porta ad una menopausa precoce non è ancora ben
definito. Il reflusso di materiale embolizzante nell’arteria ovarica
può di certo determinare un deficit funzionale delle ovaie. L’esposizione
a radiazioni, dipendente sia dall’operatore che dalla costituzione
della paziente, rappresenta una possibile concausa dell’insufficienza
ovarica. Infine quando la procedura si complica può essere necessaria
una isterectomia. Questa rara evenienza, che ha una incidenza di 5 casi
su 1000, è causa di infertilità permanente (McLucas et al.,
2001).
Altre cause di infertilità potrebbero essere la sfavorevole crescita
della placenta per insufficiente flusso sanguigno, oltre ai rischi di
rotture dell’utero (Jeremy et al., 2001).
Comunque, in pazienti sottoposte a trattamento embolizzante, si calcola
che, in donne con età inferiore a 40 anni, il tasso di fertilità
sia pari al 33%; dopo miomectomia addominale sia compreso tra 10-46%;
dopo miomectomia laparoscopia tra 16-33%; e infine compreso tra l’8-35%
dopo miomectomia isteroscopia (McLucas et al., 2001).
2.8
COMPLICANZE E INSUCCESSI
In
un recente studio di Spies et al. su una coorte di 400 pazienti sono stati
registrati gli eventi avversi a tre mesi dal trattamento embolizzante.
Lo studio ha rilevato che 42 pazienti hanno avuto complicanze minori,
la maggior parte delle quali è comparsa entro 30 giorni, prevalentemente
sotto forma di reazioni allergiche o rash cutanei. Sono stati descritti
10 casi con complicanze maggiori [4 dei quali hanno richiesto l’ospedalizzazione
delle pazienti per il controllo del dolore, 4 hanno espulso il fibroma
attraverso la vagina e 2 hanno presentato un processo infettivo a carico
dell’endometrio] (Spies et al., 2002).
Sono inoltre riportati in letteratura casi sporadici di embolia polmonare,
di trombosi della arteria iliaca, e di infezioni dell’utero.
Il basso tasso di complicanze dopo UAE è stato da poco confermato
da uno studio condotto da Pinto et al. su 38 pazienti sottoposti a UAE
e 19 ad isterectomia.
In questo studio in entrambi i gruppi non è stata rilevata nessuna
complicanza peri-procedurale. E’ stato registrato un caso di trombosi
venosa profonda nel gruppo delle pazienti trattate con embolizzazione
e sette sono stati i casi con complicanze maggiori (trombosi venosa profonda,
ascesso inguinale, trasfusioni) tra le pazienti isterectomizzate (Pinto
et al., 2003).
Il danno delle gonadi dopo UAE è una complicanza critica ma rara
e può verificarsi nel
1-2% dei casi. Anche se l’esatta ragione del danno ovarico non è
conosciuta, il reflusso di particelle embolizzanti nelle arterie ovariche
sembra l’ipotesi più plausibile (Payne et al., 2002; Amato
et al., 2001; Stringer et al., 2000; Chrisman et al., 2000).
In letteratura sono stati riportati tre casi di decesso (uno dovuto a
sepsi, due a embolia polmonare), ed è stato segnalato un caso di
leiomiosarcoma, diagnosticato dopo 31 mesi dall’intervento condotto
con successo. In quest’ultimo caso, inizialmente i sintomi erano
migliorati e il volume del fibroma diminuito, tuttavia la paziente risultava
sterile nonostante i tentativi fatti per avere una gravidanza. Fu pertanto
condotta una miomectomia e dopo l’analisi istologica si apprese
che la lesione era rappresenta da una neoplasia maligna (Common et al.,
2001).
Possono verificarsi anche casi di amenorrea transitoria o, talvolta, definitiva.
E’ stato ipotizzato che la maggior parte delle complicanze legate
all’embolizzazione arteriosa è correlata al tipo e alle dimensioni
delle particelle embolizzanti.
Per quanto riguarda la sicurezza dei trattamenti, la percentuale delle
pazienti con complicanze minori e moderate è senza dubbio più
alta in quelle che hanno subito un trattamento embolizzante, ma le pazienti
che hanno subito l’isterectomia hanno un numero più alto
di complicanze maggiori (Pinto et al., 2003).
Per complicanze minori si intendono quelle complicanze che non hanno alcuna
conseguenza per le pazienti e non richiedono alcun trattamento (e.g. ematoma
inguinale, spasmo arterioso).
Complicanze moderate sono quelle che non necessitano di trattamenti salvavita
per la paziente (e.g. infezioni urinarie).
Complicanze maggiori sono la morte e complicanze che come tali richiedono
trattamenti salvavita e rappresentano fonti di sequele permanenti: trombosi
venosa profonda, ascesso addominale, trasfusioni (Pinto et al., 2003).
Insuccessi del trattamento possono essere dovuti a spasmi, anomalie anatomiche,
e dissezioni dell’arteria uterina che rendono difficoltosa l’embolizzazione
del vaso (Spies et al., 1999; Brunereau et al., 2000).
Oltre a ciò, la sintomatologia può persistere sia in presenza
di adenomiosi (che si suppone abbia una vascolarizzazione autonoma) che
per la persistente irrorazione del tumore da parte delle arterie ovariche
(Goodwin et al., 1999; Nikolic et al., 1999).
E’ bene comunque sottolineare che la presenza di adenomiosi, sebbene
possa rappresentare un motivo di insuccesso del trattamento, oggi non
viene considerata come criterio di esclusione, dal momento che sono stati
ampiamente descritti in letteratura miglioramenti dopo il trattamento
embolizzante (Hurst et al., 2000).
Infine è altresì interessante notare come la giovane età
sia un fattore associato a insuccesso del trattamento Questo è
un fatto inaspettato e, ad oggi, non vi sono spiegazioni certe.
Possibili spiegazioni potrebbero includere il differente milieu ormonale
nelle diverse età, e differenze genetiche che possono predisporre
alcune giovani donne a sviluppare precocemente il fibroma (Goodwin et
al., 1999).
2.9
FOLLOW-UP
Gli
schemi di follow-up per le pazienti sottoposte ad UAE riportati in letteratura
sono talvolta differenti. Tutti prevedono un controllo sia clinico sia
di diagnostica per immagine con cadenze regolari. Quasi tutti gli autori
utilizzano l’ecografia ed alcuni la integrano con la RM.
Walker et al. hanno rilevato come la RM mostri a sei mesi dall’intervento
una rapida rivascolarizzazione del miometrio sano ed una immagine normale
dell’endometrio.
La rapida rivascolarizzazione è probabilmente dovuta ad una ridistribuzione
del flusso dai circoli anastomotici utero-ovarici, che compensano l’insufficiente
apporto ematico dei vasi occlusi (Walker & Pelage, 2002).
Si ipotizza che la RM possa essere di aiuto nel determinare quali pazienti
possano avere una migliore risposta al trattamento embolizzante. Infatti
si è osservato che le pazienti con fibromi sottomucosi e ipervascolarizzati,
rilevati con RM, hanno in seguito mostrato una sensibile riduzione della
taglia del tumore nonché una notevole riduzione della vascolarizzazione.
Pazienti invece con utero di grandi dimensioni prima dell’embolizzazione
non hanno subito sensibili modificazioni nella taglia del tumore (Jeremy
et al., 2001).
Tuttavia sono necessari ulteriori approfondimenti in merito data la presenza
di risultati contrastanti.
In molti studi, dopo la dimissione, le pazienti sono state monitorate
telefonicamente o con questionari inviati per posta. Sono stati così
desunti dati riguardanti il tempo di recupero dall’intervento (che
si considera come il periodo intercorso tra la dimissione e la riprese
delle normali attività quotidiane) e le modificazioni dei sintomi.
Alle pazienti è stato chiesto di descrivere il loro stato di salute
dopo l’intervento, riferendo se vi erano stati:
1) notevole miglioramento dei sintomi; 2) lieve miglioramento; 3) nessun
miglioramento; 4) lieve peggioramento dei sintomi; 5) grave peggioramento.
Altri autori, per quantificare il tasso di successo del loro intervento
e per rendere il più oggettivo possibile la valutazione della sintomatologia,
hanno utilizzato scale numeriche integrate da altri parametri come lo
stato dei cicli mestruali, i problemi ginecologici insorti dopo UAE e
ogni altro intervento ginecologico (Walker & Pelage, 2002; Micheael
et al., 2002; Spies et al., 2001a; Pelage et al., 2003).
2.10 COSTI
Al-Fozan
et al. ha esaminato 545 donne trattate per fibromatosi uterina: 340 sottoposte
a isterectomia addominale, 29 ad isterectomia vaginale, 91 a miomectomia
addominale ed 85 ad UAE.
L’analisi dei costi ha valutato le spese dei test di laboratorio,
dei radiologi, dei farmaci, del personale infermieristico e della sala
operatoria, rilevando che UAE è associata a ricoveri più
brevi, e che le ospedalizzazioni hanno tempi più contenuti per
l’isterectomia vaginale rispetto alle miomectomie e alle isterectomie
addominali. Una limitazione di questo studio è che non ci sono
paragoni tra UAE e isterectomie laporoscopiche. (Al-Fozan et al., 2002).
Anche Baker et al. hanno dimostrato che i costi della UAE sono più
contenuti rispetto a quelli della miomectomia addominale. (Baker et al.,
2002).
Tuttavia è doveroso far notare che un più efficace controllo
del dolore post-embolizzazione può contribuire in maniera significativa
alla riduzione del tasso di ospedalizzazione e dei costi associati. (Al-Fozan
et al., 2002).
MATERIALI E METODI apri
questo capitolo in formato word
3.1
CRITERI DI ELEGGIBILITA’
Sono
state sottoposte a trattamento embolizzante donne affette da fibromi uterini
sintomatici. Sono stati considerati criteri di inclusione all’embolizzazione
delle arterie uterine la presenza di:
• fibromi uterini, singoli o multipli, a sede sottosierosa, intramurale-sottosierosa,
intramurale-sottomucosa, transmurale;
• almeno uno dei seguenti sintomi:
1. meno-metrorragie recidivanti e non responsive alla terapia medica;
2. dolore o senso di peso pelvico;
3. disturbi intestinali e/o urinari da compressione (stipsi, meteorismo,
tenesmo, pollachiuria, urgenza minzionale, e ritenzione urinaria).
Sono stati considerati criteri di esclusione:
• il desiderio di conservare la propria fertilità;
• un volume uterino superiore ad un utero gravidico in 24ª
settimana;
• la presenza di fibromi peduncolati sottosierosi;
• la presenza di fibromi sottomucosi asportabili per via isteroscopica;
• infezioni pelviche in atto o recenti;
• endometriti;
• il sospetto di neoplasie pelviche;
• patologie concomitanti, uterine o annessiali, ad indicazione chirurgica;
• controindicazioni all’arteriografia (allergia al mezzo di
contrasto o al materiale embolizzante, insufficienza renale, coagulopatie
etc).
Dopo aver selezionato le pazienti secondo i criteri di eleggibilità,
si è deciso di trattarle con UAE, in alternativa ad altre strategie
terapeutiche, se:
1. le pazienti, candidate alla terpia chirurgica (isterectomia o miomectomia
per via laparotomica), erano desiderose di conservare il proprio utero;
2. le pazienti erano intenzionate ad evitare un intervento chirurgico;
3. le pazienti erano in condizioni di elevato rischio chirurgico.
3.2
PROGETTO DI STUDIO
Il
nostro studio di tipo monocentrico, effettuato grazie alla cooperazione
dei Dipartimenti di Diagnostica per Immagine e dell’Unità
operativa di Ginecologia Chirurgica del Policlinico Universitario “A.
Gemelli”, è stato approvato dal Comitato Etico dell’Università
Cattolica del Sacro Cuore previa presentazione di un nostro protocollo
di ricerca.
Sono state prese in considerazione, a partire dall’ottobre 1999
fino al luglio 2004, complessivamente e consecutivamente 53 pazienti.
Di ciascuna paziente è stata raccolta l’anamnesi ginecologica.
Sono stati così registrati i dati riguardanti l’età,
le precedenti gravidanze, la parità, le precedenti terapie farmacologiche,
e i pregressi interventi chirurgici.
La menorragia, il senso gravativo pelvico ed il dolore sono stati considerati
come sintomi principali. Al sintomo, quando presente, è stato conferito
un indice numerico con valori compresi da 1 a 3 (1=sintomo lieve; 2=sintomo
moderato; 3=sintomo severo).
Si è poi attribuito un score alla sintomatologia riferita dalle
pazienti durante il follow-up, assegnando ai sintomi un numero progressivo
da 1 a 3 (1=sintomo grave; 2 =sintomo lieve; 3=assenza del sintomo).
In tal modo si è potuto quantificare il sintomo di partenza e valutarne
a confronto le modificazioni dopo il trattamento embolizzante.
La durata in giorni del flusso mestruale e l’intervallo tra le mestruazioni
sono stati valutati prima del trattamento, e sono stati poi confrontati
con i dati rilevati al momento dei prestabiliti controlli del follow-up.
L’ecografia pelvica transvaginale con flussimetria color-Doppler
è stata utilizzata per lo studio dei volumi e della componente
vascolare. Sono state così valutate le dimensioni dell’utero,
dei fibromi e delle ovaie.
I rilievi ecografici sono stati effettuati prima del trattamento embolizzante
e a distanza di 1 mese, 3 mesi, 6 mesi, 12 mesi, 18 mesi, e 24 mesi.
Le pazienti sono state valutate da due soli operatori che hanno utilizzato
un unico apparecchio (Siemens sonoline Sienna) con sonda endocavitaria
e preset dedicati.
Si è cercato di dare un valore predittivo oltre che alla dimensione
originaria dei fibromi, anche alla loro sede. Sono state così individuate
quattro categorie di fibromi:
1. sottosierosi;
2. intramurali-sottosierosi;
3. intramurali-sottomucosi;
4. transmurali.
In caso di pazienti che presentavano fibromi multipli è stato calcolato
il volume e misurato il diametro maggiore del fibroma dominante, ed infine
è stato rilevato il numero complessivo dei fibromi. I volumi sono
stati calcolati applicando la formula di Orsini et al. (LxWxDx0,523).
Ai controlli di follow-up entrambe le arterie uterine sono state studiate
mediante flussimetria color-Doppler. Per ciascuna sono stati determinati
i valori dell’indice di resistenza (RI), dell’indice di pulsatilità
(PI), delle velocità di picco sistolico, della velocità
telediastolica e della velocità media.
I valori dell’ormone follicolo stimolante (FSH) e dell’estradiolo
sono stati misurati prima della procedura e nel periodo del follow-up,
al fine di determinare eventuali modificazioni successivi al trattamento
embolizzante.
Allo stesso modo, nelle pazienti anemiche, l’andamento nel tempo
dell’emoglobina e dell’ematocrito sono stati valutati come
indici di risoluzione del sanguinamento.
All’atto del ricovero sono stati determinati i neutrofili ematici,
i linfociti, i globuli bianchi e gli indici di flogosi VES e PCR. Tali
valori sono stati confrontati con quelli rilevati il giorno successivo
al trattamento.
Per ciascuna paziente è stato riportato il tipo di analgesia utilizzato
(anestesia peridurale o infusionale), la durata dell’intervento
ed il tipo di materiale embolizzante iniettato.
La procedura embolizzante è stata condotta su tutte le pazienti
da parte di un unico operatore con un angiografo digitale CGR DG 300.
Non sono stati fatti rilievi dosimetrici, ma sono stati utilizzati filtri
appropriati e la maggiore collimazione del fascio; quest’ultima
era compatibile con una procedura eseguita controllando tutte le fasi
di embolizzazione.
Le pazienti sono state sottoposte a cateterismo arterioso transfemorale
destro, secondo Seldinger, previa anestesia locale con Carbocaina al 2%.
È stato usato un catetere con curva preformata di tipo Cobra (con
curva di tipo C3) per il cateterismo dell’arteria iliaca di sinistra
e di tipo Simmons (con curva di tipo 2) per il cateterismo della arteria
iliaca destra.
È stata eseguita una iniezione diagnostica di m.d.c. (mezzo di
contrasto) in ciascuna delle arterie iliache comuni (15 ml di m.d.c. alla
velocità di 5 ml/sec), nelle arterie iliache interne (10 ml a 3
ml/sec) e in entrambe le arterie uterine (5 ml a 1 ml/sec).
Le arterie uterine sono state cateterizzate con tecnica coassiale mediante
catetere coassiale idrofilico da 3F (Terumo-SP).
L’estremità del catetere è stata posizionata a livello
del tratto ascendente delle arterie uterine, oltre l’origine dei
rami cervico-vaginali, e si è proceduto all’iniezione di
particelle embolizzanti, fino ad ottenere una completa devascolarizzazione
del fibroma o dei fibromi presenti.
Come sostanza embolizzante è stato utilizzato, alternativamente
ed in maniera randomizzata nelle diverse pazienti, il PVA (in 35 pazienti)
di calibro compreso tra i 150 e i 250 micron e le Embosfere (in 18 pazienti)
di calibro compreso tra 500 e 900 micron.
La quantità di sostanza embolizzante utilizzata è stata
sempre condizionata dalla capacità dell’utero fibromatoso
di trattenere la stessa nel contesto della sua neoarchitettura vascolare.
L’embolizzazione è stata interrotta nella prima fase dello
studio al momento dell’arresto del flusso nella porzione prossimale
delle arterie uterine, e nella seconda fase dello studio al raggiungimento
dell’aspetto ad “albero potato” dell’arteria uterina.
In caso di mancata visualizzazione di una o di entrambe le arterie uterine
è stata prevista l’esecuzione di una aortografia diagnostica.
La presenza di rialzo febbrile, dopo la procedura, è stata rilevata
determinando sia la temperatura massima raggiunta sia la durata in giorni
dell’ipertermia.
È stata altresì rilevata la presenza di spotting in seguito
al trattamento, ed è stata misurata la sua durata in giorni.
Il dolore post-embolizzazione è stato valutato a distanza di 2,
4 e 18 ore dal termine della procedura. E’ stato attribuito un grading
al dolore secondo una scala VAS (Visual Analogue Scale) facendo corrispondere
l’assenza di dolore al valore “0” e l’intensità
massima del sintomo avvertito al valore “10”. La valutazione
VAS (Visual Analogue Scale) si avvale di una linea, segnata su un foglio,
della lunghezza di 10 cm. (lungo tale linea non sono presenti numeri o
trattini di gradazione).
All’estremo iniziale corrisponde l’assenza di algia (“nessun
dolore”) e all’estremo finale corrisponde una sintomatologia
dolorosa massimale (“il peggior dolore immaginabile”).
Le pazienti, segnando un trattino in corrispondenza di un livello intermedio
tra i due estremi, descrivono il dolore che avvertono. Il punteggio viene
attribuito come distanza in centimetri dal punto iniziale della linea
(Bruno et al., 2004).
È stata poi presa in considerazione anche la durata in giorni del
dolore post-embolizzazione, quando presente.
Il tempo necessario per il pieno recupero fisico delle pazienti è
stato valutato in base ai giorni richiesti per il ritorno alle normali
attività quotidiane.
3.3
DEFINIZIONI: efficacia, efficienza, sicurezza e successo tecnico
EFFICACIA.
L’endpoint primario dello studio è valutare l’efficacia
clinica della procedura.
Il successo del trattamento deve trovare conferma essenzialmente nel miglioramento
della sintomatologia associata alla presenza dei fibromi e nella riduzione
volumetrica di questi ultimi.
Il primo indicatore di efficacia valuta la risoluzione o la riduzione
dei sintomi; il secondo indicatore di efficacia valuta le modificazioni
nel tempo delle dimensioni del fibroma dominante.
Nella nostra esperienza, l’efficacia clinica è stata determinata
con controlli seriali clinici, laboratorisitici e di imaging. Inoltre
si è provveduto a fornire alle pazienti dei questionari, perché
potessero descrivere le modificazioni dei loro sintomi e il grado di soddisfazione
per i risultati raggiunti dopo il trattamento.
E’ stato considerato l’emocromo completo con particolare attenzione
verso:
• i valori dell’ematocrito e dell’emoglobina, utilizzati
allo scopo di ottenere un indicatore della riduzione del sanguinamento;
• la velocità di eritrosedimentazione (VES), la proteina
C reattiva (PCR) e la formula leucocitaria, valutati al momento del ricovero
e controllati il giorno successivo.
La riduzione dimensionale dei fibromi è stata valutata misurandoli,
agli intervalli previsti, mediante l’ecografia transvaginale con
flussimetria color-Doppler.
Ogni volta è stato calcolato il volume dei fibromi e confrontato
col volume di partenza in termini di riduzione percentuale e di variazioni
assolute.
L’endpoint secondario dello studio è invece quello di valutare
l’impatto della procedura sulla funzione riproduttiva in termini
di ciclicità mestruale e di funzionalità ovarica.
Anche in questo caso si sono utilizzati questionari per rilevare le caratteristiche
del ciclo mestruale (intervallo tra cicli successivi, durata e quantità
di flusso mestruale).
La funzionalità ovarica è stata indagata mediante dosaggi
ormonali (FSH ed estradiolo). Questi sono stati misurati il terzo giorno
del ciclo precedente la UAE e confrontati con i valori ottenuti il terzo
giorno del ciclo sopraggiunto a distanza di 1, 3, 6, 12, 18 e 24 mesi.
L’ecografia transvaginale con flussimetria color-Doppler ha permesso
di monitorare il volume ovarico totale, il numero dei follicoli antrali,
lo spessore dell’endometrio ed i parametri flussimetrici delle arterie
uterine (PI, RI, PSV, PDV, MV).
EFFICIENZA. La durata del ricovero è stata considerata come indicatore
della efficienza del trattamento. La durata media del ricovero, espressa
in giorni, è stata calcolata dal giorno della procedura fino a
quello della dimissione (inclusa).
Non è stata fatta una valutazione dei costi.
SICUREZZA. Il principale indicatore della sicurezza del trattamento è
rappresentato dalla percentuale e dal grado delle complicanze derivati
dalla procedura.
Sono state considerate sia le complicanze intraprocedurali che quelle
extraprocedurali.
Inoltre bisogna considerare i previsti effetti collaterali della UAE (dolore
pelvico, aumento di temperatura, spotting, etc.) e i tempi per il ritorno
alle attività quotidiane.
Il dolore pelvico è stato valutato a distanza di 2, 4, e 18 ore
dalla procedura secondo una scala di intensità (VAS); la temperatura
è stata considerata sia nel suo valore raggiunto sia nella sua
durata in giorni; lo spotting è stato misurato in giorni.
Infine, anche il grado di soddisfazione nei confronti del trattamento,
valutato attraverso delle osservazione fatte sui questionari delle pazienti,
è stato considerato come indice della sicurezza del trattamento.
SUCCESSO TECNICO. Per successo tecnico della procedura si intende l’occlusione
o la marcata riduzione del flusso sanguigno in entrambe le arterie uterine.
L’embolizzazione di una sola arteria uterina deve essere considerata
un fallimento tecnico, a meno che non sia presente, per un’anomalia
anatomica, una sola arteria uterina.
Lo spasmo arterioso può impedire un adeguato cateterismo o determinare
una precoce riduzione del flusso ematico. Tale condizione può essere
verificata solo successivamente, mediante RM con m.d.c., rilevando il
mancato infarto del fibroma.
Pertanto si considera successo clinico del trattamento embolizzante la
risoluzione della sintomatologia legata al fibroma (menorragia, dolore,
disturbi compressivi), senza che ci sia bisogno di ricorrere a successive
terapie farmacologiche sintomatiche oppure ad un altro qualsiasi intervento
terapeutico aggiuntivo (Hovsepian et al, 2004).
3.4 COMPLICANZE ED EFFETTI COLLATERALI
L’obiettivo
della UAE è quello di determinare un’embolizzazione di entrambe
le arterie uterine, al fine di arrestare o ridurre marcatamente il flusso
sanguigno a livello del plesso arterioso peritumorale. In questi casi
si determinerebbe un insulto ischemico irreversibile del fibroma coinvolgendo
solo in minima parte i tessuti circostanti sani (Hovsepian et al, 2004).
Si sono distinti i previsti effetti collaterali della procedura dalle
possibili complicanze. Queste ultime sono state ulteriormente distinte
in intra-procedurali, legate alle manovre angiografiche o al mezzo di
contrasto, e in post-procedurali.
Possibili complicanze intra-procedurali legate al mezzo di contrasto sono:
• orticaria;
• edema facciale e della laringe;
• broncospasmo;
• ipotensione con tachicardia;
• ipotensione con bradicardia (riflesso vaso-vagale);
• ipertensione severa;
• convulsioni;
• edema polmonare.
Possibili complicanze intra-procedurali legate alla procedura sono:
• ematoma inguinale;
• dissezione arteriosa;
• embolizzazione periferica;
• trombosi arteriosa.
Possibili complicanze post-procedurali sono:
• PES (sindrome post-embolica);
• espulsione trans-vaginale del fibroma necrotico;
• oligo-amenorrea.
Effetti collaterali previsti della procedura sono:
• dolore pelvico;
• nausea;
• vomito;
• aumento della temperatura;
• spotting;
La Sindrome post-embolizzazione (PES) è definita come l’insorgenza
di dolore a sede pelvica, moderata ipertermia, nausea, vomito, inappetenza
e malessere generale. Tali sintomi, che possono comparire a poche ore
dal trattamento embolizzante, possono talvolta manifestarsi anche a distanza
di una settimana.
È un effetto collaterale previsto della UAE, con un grado variabile
di intensità, probabilmente da mettere in relazione al rilascio
di citochine e di mediatori della flogosi (ad azione paracrina ed endocrina)
successivo alla necrosi cellulare.
Questa sindrome non deve essere considerata una complicanza della procedura,
tranne che non comporti la somministrazione di una terapia farmacologica
supplementare, diversa da quella pianificata per il normale decorso post-procedurale,
e non determini un prolungamento dei tempi di ricovero (Hovsepian et al,
2004).
3.5
PROCEDURE DIAGNOSTICHE E TERAPEUTICHE (PRE-TRATTAMENTO E POST-TRATTAMENTO)
La
valutazione preliminare è stata condotta in regime ambulatoriale
e ha incluso:
• esame clinico completo (anamnesi, esame obiettivo);
• test di Papanicolau;
• tampone vaginale e coltura urinaria;
• isteroscopia con eventuale biopsia endometriale;
• ecografia pelvica transvaginale con flussimetria color-Doppler;
• risonanza magnetica nucleare della pelvi (casi selezionati);
• dosaggio basale di FSH ed estradiolo (donne in premenopausa);
• esami di routine per l’intervento.
L’ecografia pelvica, effettuata con sonda transvaginale 6,5 Hz mediante
scansioni assiali e longitudinali, ha permesso di misurare i tre diametri
maggiori dell’utero, del fibroma dominante e delle ovaie; si è
applicata la formula di Orsini (D1 x D2 x D3 x 0,523) per il calcolo dei
volumi.
La vascolarizzazione dei fibromi e le caratteristiche di flusso delle
arterie uterine sono state studiate mediante flussimetria Doppler registrando
il PI (indice di pulsatilità), l’RI (indice di resistenza)
ed i valori delle velocità di picco sistolico, telediastolica e
medie.
Verificato l’esito delle indagini preliminari, ed acquisito il Consenso
Informato dalle pazienti, le candidate all’intervento sono state
ricoverate presso l’Unità Operativa di Ginecologia Chirurgica
del Policlinico Universitario “A. Gemelli”.
Per le donne in pre-menopausa l’esecuzione del trattamento è
stata programmata in coincidenza con la fase immediatamente post-mestruale.
L’intervento di embolizzazione delle arterie uterine è stato
eseguito nella Sala Angiografica del Dipartimento di Diagnostica per Immagine
del Policlinico Universitario “A. Gemelli”.
Al termine della procedura è stata applicata una fasciatura compressiva
nella sede di accesso arterioso e le pazienti sono state trasferite presso
il Reparto di Ginecologia Chirurgica per un periodo di osservazione della
durata di 24-36 ore.
Le pazienti hanno potuto assumere sostanze liquide ad un’ora dall’intervento
e cibi solidi a 6 ore dalla procedura. Cateteri vescicali e fasciatura
compressiva sono rimasti in sede fino al mattino successivo.
La terapia farmacologica è stata somministrata in più fasi,
prima, durante, e a distanza di tempo dall’intervento:
• un’ora prima della procedura è stata effettuata una
profilassi antibiotica con Cefotaxime (1g e.v,);
• durante la procedura è stata ottenuta la sedazione dei
pazienti mediante Fentalyn (0,1mg e.v.) e Midazolam (1,2mg e.v.);
• al termine della procedura è stata effettuata una infusione
e.v. di Ketorolac (30mg) e di Navoban (5mg in 100ml di sol. fisiologica);
si è provveduto anche al posizionamento di un infusor (2ml/h per
12 ore) con Morfina (10mg) e Ketorolac (90mg);
• durante le prime 12 ore post-procedurali è stata eseguita
una infusione e.v. di Ketorolac (30mg in 100ml di sol. fisiologica) in
caso di dolore intenso, di Paracetamolo per os (1g ogni 12 ore), una infusione
e.v. di Navoban (5mg in 100ml di sol. fisiologica) in caso di nausea o
vomito, e di Cefotaxime (1g a 12 ore);
• dopo le prime 12 ore dalla procedura e per i cinque giorni successivi
la terapia farmacologica ha previsto Ketorolac (30mg im) in caso di dolore
intenso, Ketorolac per os (10mg ogni 8 ore), Cefalexina per os (1g ogni
12 ore), Paracetamolo per os (1g ogni 12 ore), e Ranitidina per os (300mg/die).
Alla dimissione è stato prescritto un periodo di riposo di 7 giorni.
3.6
ANALISI STATISTICHE
Le
modificazioni dei sintomi ed il grado di soddisfazione dopo il trattamento
sono state espresse in termini di frequenza (numero di pazienti) e di
percentuali.
Tutti i valori riportati come medie sono associati ai rispettivi valori
di DS (deviazioni standard) e ai rispettivi range di appartenenza (valore
minimo - valore massimo).
Le analisi statistiche sono state eseguite mediante t-test e la significatività
è stata assunta se p<0,05.
Il metodo della regressione lineare è stato utilizzato per valutare
possibili correlazioni tra le misure di efficacia clinica (modificazioni
dei sintomi, recupero delle normali attività, riduzione dimensionale
dei fibromi, riduzione dell’anemizzazione, etc.), le caratteristiche
basali delle pazienti ed i parametri della procedura (durata, materiale
embolizzante utilizzato).
3.7
CONSIDERAZIONI ETICHE
Le
pazienti che rispondevano ai requisiti di eleggibilità sono state
informate dello studio. Particolare attenzione è stata rivolta
nel fornire precise informazioni sui benefici e sui rischi della terapia
embolizzante. Le pazienti sono state informate sulle modalità di
esecuzione della procedura, circa i suoi possibili effetti collaterali
e sulla terapia farmacologica supplementare. E’ stata inoltre offerta
loro la possibilità di essere sottoposte, in alternativa al trattamento
embolizzante, all’isterectomia o alla miomectomia laparotomica,
qualora ne sussistessero le indicazioni.
È stata sempre acquisita per ciascuna paziente una dichiarazione
sottoscritta di Consenso Informato.
RISULTATI apri
questo capitolo in formato word
4.1 Caratteristiche cliniche e demografiche della pazienti
Dall’ottobre
1999 al luglio 2004 sono state sottoposte a trattamento embolizzante delle
arterie uterine 53 pazienti con fibromatosi. L’età media
delle pazienti era di 42,8 ± 5,88 anni ed era compresa in un intervallo
tra i 33 e i 55 anni. Le pazienti avevano avuto un numero medio di 1,6
± 1,3 gravidanze e una parità media di 1,2 ± 1,1.
Il 68% delle pazienti giunte alla nostra osservazione aveva in passato
effettuato una terapia farmacologica per il controllo della sintomatologia
legata alla fibromatosi, ed il 24,5% era stato sottoposto ad un trattamento
chirurgico.
La sintomatologia riferita dalle pazienti era:
• nell’ 81% dei casi (41 pazienti) menorragia;
• nel 72% dei casi (38 pazienti) senso gravativo pelvico;
• nel 45% dei casi (24 pazienti) dolore.
La diagnosi clinica è stata confermata con metodica ecografia,
e solo in casi selezionati si è ritenuta necessaria una integrazione
con RM. Il numero medio di fibromi riscontrati è stato di 3 ±
1,5 con una variabilità compresa tra 1 ed 8.
In presenza di fibromi multipli è stato misurato il volume del
solo fibroma dominante, con valori compresi tra 4,2 e 509,3 cm³ (in
media 148,3 ±119 cm³); il volume uterino totale delle pazienti
variava tra i 58,8 cm³ ed i 1368,6 cm³, con una media di 381,2
± 252 cm³.
I
fibromi sono stati valutati anche in base alla sede con la seguente distribuzione:
• fibromi intramurali-sottosierosi (30%) ;
• fibromi sottosierosi (15%) ;
• fibromi intramurali sottomucosi (17%) ;
• fibromi transmurali (38%).
4.2
Procedura
In
tutte le pazienti la procedura ha rispettato le modalità fissate
nel protocollo.
Il 66% delle pazienti (35 donne) è stato trattato con PVA e il
34% (18 donne) con embosfere: la scelta del materiale embolizzante ha
seguito i criteri della randomizzazione.
La procedura ha avuto una durata media di 64,9 minuti, compresa in un
range di 30–120 minuti. E’ stata effettuata utilizzando in
27 pazienti (51%) un’ analgesia peridurale mentre le rimanenti 26
pazienti sono state sottoposte ad analgesia infusionale (49%).
Abbiamo registrato un solo insuccesso tecnico per impossibilità
di cateterismo di entrambe le arterie uterine (2%), e in un caso (2%)
è stata effettuata l’embolizzazione di una sola arteria non
avendo riconosciuto quella controlaterale, malgrado varie proiezioni ed
iniezioni panoramiche.
Nel restante 96% dei casi è stata eseguita l’embolizzazione
bilaterale.
4.3
Storia post-procedurale
Dopo
il trattamento embolizzante si è osservato un rialzo termico (T
> 38°C) in 16 pazienti (30%) con una durata variabile tra 1 e 6
giorni (in media 2,4 giorni).
È stata confrontata la durata dell’ipertermia nelle pazienti
trattate con PVA e la durata della ipertermia nelle pazienti trattate
con embosfere (durata dell’ ipertermia espressa in giorni). È
emerso che nel gruppo trattato con PVA la febbre è comparsa in
10 pazienti su 35 (28,5%) con durata media di 1,7 giorni; nelle donne
trattate con embosfere invece si è osservata febbre in 6 casi su
18 (33,3%) con durata media di 3,5 giorni (p < 0,05).
Il giorno successivo alla embolizzazione è stato registrato solo
un modesto aumento degli indici di flogosi (VES e PCR) ed un lieve movimento
della formula leucocitaria, senza il rilievo di alcuna differenza nei
due gruppi di pazienti (PVA vs embosfere).
Il dolore post-embolizzazione ha avuto una grande variabilità sia
in termini di entità che durata: in alcune pazienti la risoluzione
è avvenuta in 24 ore, mentre in altre la sintomatologia algica
si è protratta fino a 15 giorni dalla procedura (durata media di
5,5 giorni). Non è stato possibile individuare fattori prognostici
che potessero far prevedere la durata e l’entità del dolore
post-trattamento, né si è rilevata correlazione tra le caratteristiche
del dolore e la risposta clinica al trattamento.
Valutazioni più analitiche del dolore, effettuate mediante scala
VAS, mostravano valori medi di 5,3 a 2 ore, 4,6 a 4 ore e 2,7 a 18 ore.
Tali indici numerici hanno lo scopo di rendere il più oggettivo
possibile il grado del dolore delle pazienti, indicando con valori più
bassi sintomi lievi e con valori più alti sintomi severi.
Il dolore post-embolizzazione è stato controllato nel 100% dei
casi con una terapia analgesica post-procedurale.
Le pazienti hanno riferito nel 78% dei casi (42 donne) un dolore di intensità
lieve o moderata comparso dopo le 24 ore dall’intervento che si
è mantenuto in media per 2-5 giorni.
A queste osservazioni possiamo aggiungere che non vi sono state differenze
effettive di durata o di intensità del dolore post-embolizzazione
se confrontate le pazienti trattate con PVA e quelle trattate con embosfere.
Fenomeni di spotting dopo UAE si sono verificati in 46 pazienti (87%),
con una durata compresa tra 2 e 36 giorni (media 11,7 ± 8,9); nel
70% dei casi (38 pazienti) lo spotting si è risolto in 1-3 settimante.
Anche in questo caso la nostra esperienza non indica significative differenze
nel tempo di risoluzione dello spotting, se rapportato al tipo di materiale
embolizzante utilizzato.
La ripresa delle normali attività quotidiane ha richiesto un periodo
medio di 9 giorni, da un minimo di 1 giorno ad un massimo di 25 giorni
(il tempo medio di recupero è definito come intervallo di tempo
tra l’embolizzazione arteriosa ed il ritorno alle normali attività
quotidiane).
Controlli sul tempo di recupero, mettendo a confronto le pazienti trattate
con PVA e quelle trattate con embosfere, hanno fatto rilevare che:
• il 40% delle pazienti (7 donne) trattate con embosfere e il 37%
(13 donne) di quelle trattate con PVA sono ritornate alle loro attività
quotidiane entro 5 giorni;
• il 40% delle pazienti (7 donne) trattate con embosfere e il 20%
delle pazienti (7 donne) trattate con PVA sono ritornate alle loro attività
quotidiane in 6-10 giorni;
• il 10% delle pazienti (2 donne) trattate con embosfere e il 37%
delle pazienti (13 donne) trattate con PVA sono ritornate alle loro attività
quotidiane in 11-15 giorni;
• il 10% delle pazienti (2 donne) trattate con embosfere e il 6%
delle pazienti (2 donne) trattate con PVA sono ritornate alle proprie
attività in un periodo superiore a 15 giorni.
L’analisi di questi dati ci consente di evidenziare una tendenza
ad un recupero completo post-procedurale più breve per le pazienti
trattate con le sfere rispetto a quelle trattate con il PVA.
Non sono state infine osservate significative correlazioni tra il tempo
di recupero e le dimensioni, precedenti al trattamento, sia del fibroma
dominante sia dell’utero.
Le pazienti sono state seguite in un periodo di follow-up durato complessivamente
24 mesi e i controlli sono stati effettuati a 1 mese, 3 mesi, 6 mesi,
18 mesi e 24 mesi dall’intervento.
Tuttavia ad oggi il periodo di follow-up può essere così
riassunto:
• il 66% delle pazienti ha effettuato un follow-up della durata
di 24 mesi;
• l’89% delle pazienti ha effettuato un follow-up della durata
di 18 mesi;
• l’89% delle pazienti ha effettuato un follow-up della durata
di 12 mesi;
• l’84% delle pazienti ha effettuato un follow-up della durata
di 6 mesi;
• tutte le pazienti hanno effettuato un follow-up ad 1 mese e a
3 mesi dal trattamento embolizzante.
4.4
Indicatori di efficacia (clinici, strumentali e laboratoristici)
Gli indicatori di efficacia della procedura presi in esame sono stati:
• indicatori clinici, che valutano la scomparsa o la riduzione dei
sintomi;
• indicatori tecnici/strumentali, che valutano la riduzione volumetrica
dei fibromi.
La riduzione media dell’utero e del fibroma dominante, osservata
ad un anno, è stata rispettivamente del 64% e 70%.
Analizzando in modo analitico i dati si evidenzia come il tumore regredisca
drasticamente nei primi mesi dal trattamento e successivamente si riduca
di volume in modo più graduale.
Infatti nei primi sei mesi il fibroma si riduce in media di circa il 60%
della sua dimensione pre-procedurale, e di un ulteriore 30% a 24 mesi
dalla procedura.
Le riduzioni percentuali del volume uterino totale e volume del fibroma
dominante a partire da un mese dal trattamento sono riassunte dalla figura
1.

Figura 1
Sia
l’entità della riduzione volumetrica (dell’utero e
del fibroma dominante) sia le caratteristiche temporali di tale processo
non hanno presentato significative differenze nei due gruppi di pazienti,
quelle trattate con PVA e quelle trattate con embosfere.
Abbiamo poi osservato che le dimensioni di partenza dell’utero e
del fibroma dominante non hanno influito sulla risposta al trattamento.
Pur ripartendo le pazienti in diverse sottopopolazioni in base alla localizzazione
del fibroma, la risposta al trattamento embolizzante è del tutto
sovrapponibile.
Riduzioni volumetriche simili si verificano anche a parità di sede
nelle pazienti trattati con PVA e in quelle trattati con embosfere.
Quanto alla valutazione della risposta clinica al trattamento sono stati
presi in considerazione sia la totale scomparsa dei sintomi che il loro
miglioramento. Ciò è stato fatto verificando nel follow-up
se il sintomo persisteva oppure era scomparso, cercando di quantificarlo
in caso di peristenza.
Sono state utilizzate scale parametriche che hanno tradotto in valore
numerico la severità di ciascun sintomo. In questo modo è
stato possibile confrontare nel periodo di follow-up i valori raccolti
per ogni sintomo da ciascuna paziente. Si è così potuto
osservare che già dopo il primo mese vi è stato un marcato
miglioramento dei disturbi mestruali, del dolore pelvico e dei disturbi
compressivi in termini di scomparsa e di riduzione quantitativa del sintomo.
Le tabelle 1, 2, 3 indicano i tassi di risoluzione clinica valutando la
riduzione o la scomparsa dei sintomi nelle pazienti.

La tabella 3.1 considera le modificazioni del grado di severità
di ogni sintomo e ne riassume l’andamento nel periodo post-operatorio.

Parallelamente alla valutazione della sintomatologia sono stati considerati
alcuni parametri di laboratorio come l’ematocrito e l’emoglobinemia:
le loro modificazioni nel tempo hanno assunto il valore di ulteriori indici
di successo terapeutico.
I valori medi di tali parametri sono stati calcolati sia nella popolazione
generale delle pazienti sia nel sottogruppo di pazienti che mostrava valori
di partenza inferiori al limite di normalità di emoglobina (range
di riferimento: 12-16 g/ml) ed ematocrito (range di riferimento: 35-47%).
L’aumento, come atteso, è stato maggiore nelle pazienti che
inizialmente presentavano valori al di sotto dei limiti fisiologici (tabella
4, tabella 5).

Tutte
le pazienti sono state dimesse a distanza di 24-36 ore dall’intervento.
In 4 pazienti (7%) si sono resi necessari interventi chirurgici successivi
al trattamento embolizzante.
Una paziente ha effettuato una colpoisterectomia a 3 mesi dal trattamento
per menorragia persistente. La procedura chirurgica ha risolto la sintomatologia
asportando un mioma sottomucoso.
Due pazienti sono state sottoposte ad una resettoscopia rispettivamente
a 12 e 18 mesi dal trattamento per il persistere di un anormale sanguinamento
uterino (AUB). In un caso l’ AUB era dovuto all’espulsione
parziale di un fibroma sottomucoso e nell’altro da sinechie endouterine.
Una paziente è stata infine sottoposta a miomectomia a 18 mesi
dal trattamento per il persistere di menometrorragia e dei sintomi associati
alle perdite ematiche
per la presenza di adenomiosi.
4.5
Fertilità e UAE
Scopo
secondario dello studio è stato quello di valutare l’impatto
della procedura sulla funzione riproduttiva in termini di ciclicità
mestruale e di funzionalità ovarica.
In tabella 6 sono indicate le modificazioni nella durata dei cicli mestruali
espresse come durata del flusso e come intervallo tra le mestruazione,
così come rilevate mediante appositi questionari.

I dati indicano la diminuzione progressiva del flusso mestruale ed il
ripristino della normale durata degli intervalli tra i cicli mestruali
successivi (espressi in giorni): entrambi attribuibili alla regressione
della lesione tumorale.
Nella tabella 7 sono riportati il volume ovarico medio ed il numero medio
di follicoli antrali delle pazienti con età inferiore ai 40 anni
(20 pazienti), rilevato ecograficamente prima della procedura e nei controlli
successivi.
Vengono inoltre mostrati i livelli medi degli ormoni FSH ed estradiolo
misurati nelle stesse pazienti prima e dopo l’embolizzazione delle
arterie uterine (tabella 8).

I dati, riguardati l’ovaio e i livelli sierici di FSH e estradiolo,
dimostrano che a 24 mesi:
• non vi sono sensibili modificazioni del volume medio ovarico a
partire da quello calcolato prima della procedura;
• il numero medio dei follicoli antrali è compreso in range
di valori fisiologici;
• i valori di FSH ed estradiolo si presentano nella norma.
Pertanto l’embolizzazione dell’arteria uterina ha selettivamente
occluso la vascolarizzazione tumorale mantenendo pervia la rete di rifornimento
dell’ovaio che ha quindi mantenuto il suo fisiologico trofismo.
La riserva ovarica e i valori ormonali di FSH ed estradiolo si sono mantenuti
entro range fisiologici, in relazione all’età delle pazienti.
Nel nostro studio abbiamo registrato cinque casi di amenorrea permanente
verificatesi dopo il trattamento embolizzante. In una paziente di 44 anni
all’amenorrea si associavano livelli ematici di FSH ed estradiolo
normali. L’età di queste pazienti era compresa tra i 44-55
anni.
Nelle prime quattro pazienti la procedura ha determinato una menopausa
prematura mentre la quinta paziente ha presentato una atrofia endometriale
da ischemia. Questa paziente era stata trattata con PVA.
Il tasso di amenorrea permanente dopo l’embolizzazione arteriosa
può essere stimato allo 0 – 3% per le pazienti con età
inferiore ai 45 anni e al 7 – 14% nelle pazienti con età
superiore ai 45 anni (Spies et al., 2004).
I dati relativi alle misurazioni flussimetriche rivelano, a 24 mesi dall’intervento,
una diminuzione media:
- della velocità media nelle arterie uterine destra e sinistra
rispettivamente del 25% e del 29% del loro valore basale;
- della velocità di picco sistolico nei due vasi del 23% e 28%;
- della velocità telediastolica rispettivamente del 15% e 23%.
Non si evidenziano invece importanti variazioni degli indici PI ed RI.
Non si notano significative variazioni dei suddetti indici a seconda che
le pazienti siano state trattate con PVA o embosfere, a dimostrazione
che i due materiali embolizzanti non determinano alterazioni significative
della perfusione uterina.
Pertanto i dati relativi al volume ovarico, al numero dei follicoli antrali,
ai valori ormonali ed alla perfusione uterina, depongono per la conservazione
delle normali capacità riproduttive in donne di età inferiore
ai 40 anni sottoposte ad embolizzazione delle arterie uterine.
DISCUSSIONE
E CONCLUSIONI apri
questo capitolo in formato word
I dati dedotti dal nostro studio suggeriscono che l’embolizzazione
dell’arteria uterina è un trattamento efficace per i fibromi
uterini sintomatici, con un basso tasso di insuccesso e di complicanze
maggiori. Possiamo confermare la validità di UAE sia per controllo
della sintomatologia sia per la regressione del tessuto patologico, ed
inoltre fare osservare che all’immediato miglioramento della sintomatologia
si accompagna una più graduale riduzione del volume dei fibromi
e del volume uterino totale. In accordo con le linee guida (Hovsepian
et al., 2004), riteniamo che l’efficacia della procedura debba essere
considerata prioritariamente in rapporto alla risoluzione della sintomatologia
clinica. A tal proposito abbiamo osservato che già al primo mese
dal trattamento, complessivamente, il marcato miglioramento o la completa
risoluzione raggiungono l’80% dei casi per i disturbi mestruali,
il 60% dei casi per il dolore pelvico e il 57% dei casi per i disturbi
compressivi.
A sei mesi dalla procedura abbiamo osservato che, complessivamente, il
91% delle pazienti riferiva il marcato miglioramento o la completa risoluzione
dei disturbi mestruali, dei sintomi compressivi e dei sintomi algici.
I controlli ultrasonografici seriali hanno poi documentato una riduzione
volumetrica media del fibroma dominante pari al 32% ad un mese dall’embolizzazione.
A sei mesi dal trattamento il fibroma si riduce mediamente di circa il
60% della sua dimensione iniziale, e di un ulteriore 30% a 24 mesi dalla
procedura.
Analogamente l’utero subisce modificazioni volumetriche più
accentuate nei primi sei mesi dal trattamento; più lievi, ma progressive,
riduzioni sono quindi registrate fino a due anni dalla procedura.
A conferma dell’efficacia della UAE nel controllo del menometrorragia,
nelle pazienti anemiche, abbiamo rilevato che i valori di emoglobinemia
e dell’ematocrito controllati nel tempo mostrano un progressivo
ritorno entro i limiti di normalità.
Ad oggi non si sono mostrati casi di ricrescita del fibroma o insucessi
della UAE.
Quanto alla scelta del materiale embolizzante, la divisione delle pazienti
in due gruppi (PVA vs embosfere) avvenuta in maniera randomizzata, non
ha fatto registrate nel corso del follow-up evidenti differenze nella
risposta terapeutica, né in termini di miglioramento clinico né
come riduzione volumetrica sia dell’utero sia dei fibromi.
La comparsa della sindrome post-embolica (PES), spesso annoverata come
complicanza da molti autori, è stata da noi considerata un semplice
effetto collaterale, quasi costante, del trattamento. Abbiamo osservato
un rialzo febbrile (temperatura superiore ai 38°) in 16 pazienti (30%)
con una sua maggiore durata nelle donne trattate con embosfere rispetto
a quelle trattate con PVA (3,5 giorni vs 1,7 giorni; p< 0,05).
Inoltre l’ 80% delle pazienti trattate con embosfere è tornato
alle sue normali attività nei primi 10 giorni dalla procedura,
contro il 57% di quelle trattate con PVA. Sembra chiara la tendenza da
parte delle pazienti trattate con embosfere rispetto alle altre trattate
con PVA a presentare un più breve tempo di ritorno alle normali
attività quotidiane; tuttavia si rendono necessari ulteriori studi
per dimostrarne la validità statistica.
Al trattamento embolizzante si associano poi evidenti vantaggi rispetto
alla chirurgia.
Infatti per quanto basso anche le procedeure laparoscopiche prevedono
un rischio anestesiologico; l’embolizzazione viene invece eseguita
con una semplice anestesia locale e un controllo del dolore mediante analgesia
infusionale. Siamo ricorsi all’anestesia peridurale nella fase iniziale
della nostra esperienza.
L’ottimizzazione nel controllo del dolore, grazie alla collaborazione
con gli anestesisti rianimatori e con i ginecologi, ci ha consentito di
evitare questo ulteriore trauma e le conseguenti possibili complicanze
alle pazienti.
Il rischio chirurgico è stato ovviamente annullato considerata
la mini-invasività della procedura.
A questi vantaggi si aggiungono tempi di recupero più brevi e costi
più contenuti, parametri di rilievo se confrontati a metodiche
più invasive come l’isterectomia e la miomectomia.
Il ritorno alle normali attività quotidiane da parte delle donne
sottoposte alla embolizzazione delle arterie uterine avviene in un tempo
sensibilmente inferiore rispetto a quello registrato per i trattamenti
laparotomoci e laparoscopici. Nella nostra esperienza tale dato ha un
valore medio di 9 giorni, a confronto dei 36 giorni valutati per l’isterectomia.
Se a tale osservazione si associa il fatto che il 100% delle pazienti
da noi trattate è stato dimesso entro 36 ore dalla procedura, risulta
chiaro il vantaggio anche in termini di costi rispetto a qualsiasi alternativa
chirurgica. La degenza media per le pazienti isterectomizzate è
di 5,85 giorni (Pinto et al, 2003).
L’elevato tasso di soddisfazione riferito dalle pazienti, se da
un lato è da attribuire al risultato clinico della procedura, deve
esser messo anche in relazione alla conservazione dell’utero da
parte delle donne. Molto importante è la valutazione della componente
psicologica in queste pazienti: sono infatti ben documentate le ripercussioni
psicologiche delle pazienti isterectomizzate che tendono a definirsi “desessualizzate”
o “donne a metà”. Sono anche descritti in letteratura
rari casi di disturbi della sfera sessuale (Jeremy et al, 2001).
La conservazione del proprio utero permette invece alle pazienti sottoposte
ad UAE di sentirsi psicologicamente “integre”.
La valutazione dei dati flussimetrici ci consente di fare altre osservazioni.
A tal proposito è bene sottolineare che i valori delle velocità
(di picco sistolico, telediastolica e media) di entrambe le arterie uterine
sono suscettibili di errore perché strettamente legate all’angolo
di incidenza della rilevazione. Gli indici di resistenza e di pulsatilità,
da noi considerati parametri di riferimento, risultano essere più
affidabili in quanto indipendenti da tale angolo.
Gli indici di resistenza e di pulsatilità, misurati fino a 24 mesi
dalla procedura, non si modificano significativamente rispetto ai valori
basali, e non si rilevano differenze significative nei due gruppi di pazienti
trattate con diversi agenti embolizzanti.
Questo dato depone per una sostanziale conservazione della fisiologica
perfusione del miometrio. Quindi la regressione volumetrica dei fibromi
comporta una riduzione della difficoltà di annidamento dell’ovulo
fecondato e riduce il rischio di impianto placentare anomalo. La mancata
modificazione di PI ed RI, nel caso di gravidanza, si traduce nella conservazione
della normale perfusione della placenta.
La normale vascolarizzazione del miometrio con conseguente mantenimento
della integrità strutturale uterina risulta quindi del tutto compatibile
con la gravidanza, con garanzia sia per il normale aumento volumetrico
dell’utero sia per la sua resistenza al trauma del travaglio e del
parto.
I dati relativi all’ovaio ci consentono di asserire che la perfusione
ovarica rimane pressoché inalterata. Questo dato appare avvalorato
dai dati morfologici ed ormonali riscontrati nel periodo di follow up.
In particolare i livelli ematici di FSH e di estradiolo non mostrano modificazioni
rispetto ai valori precedenti al trattamento, così come appaiono
invariati sia il volume totale ovarico medio che il numero dei follicoli
antrali. Anche questi risultati sono compatibili con la gravidanza.
La ciclicità mestruale mostra un miglioramento in termini di giorni
di flusso e di intervalli tra le mestruazioni: si riducono entrambi rispetto
alla loro durata precedente al trattamento.
Questi dati, anche se necessitano di ulteriori conferme, integrati dalle
sempre più numerose esperienze riportate in letteratura, lasciano
ipotizzare una conservazione della fertilità da parte delle donne
che si sottopongono al trattamento embolizzante. In tal caso ovvia conseguenza
sarebbe riconsiderare i criteri di selezione delle pazienti, con auspicabili
vantaggi dell’embolizzazione arteriosa anche per le pazienti desiderose
di prole.
Pur trattandosi di una terapia miniinvasiva, il trattamento embolizzante
delle arterie uterine richiede un elevato standard qualitativo e deve
essere pertanto eseguito in centri che dispongano delle idonee risorse
tecnologiche, delle necessarie competenze specialistiche e di adeguate
capacità assistenziali. A tale proposito si registrano in letteratura
lavori volti a definire i criteri di valutazione di tutti i requisiti
che ogni centro deve soddisfare per poter eseguire adeguatamente tale
procedura.
In conclusione i risultati del nostro studio confermano che il trattamento
embolizzante può essere considerato una valida alternativa alla
terapia chirurgica nelle pazienti con fibromi uterini sintomatici.
Altresì la nostra esperienza suggerisce che elemento irrinunciabile
per un corretto management delle pazienti con patologia fibromatosa uterina
non può prescindere da una stretta e continua collaborazione interdisciplinare
tra ginecologi, anestesisti e radiologi interventisti, al fine di ottimizzare
le indicazioni al trattamento e di assicurare un favorevole rapporto tra
successo clinico e tasso di complicanze.
SEZIONE
ICONOGRAFICA apri
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